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Una lettura criminologica dell’aggressività adolescenziale tra responsabilità, prevenzione e dimensione digitale a cura dell’Avvocato e criminologa Rita Tulelli
Ci sono luoghi che, nell’immaginario collettivo, dovrebbero essere naturalmente estranei alla violenza. La scuola è certamente uno di questi.
L’aula scolastica rappresenta, infatti, molto più di uno spazio fisico destinato all’apprendimento: è il luogo nel quale l’adolescente sperimenta le prime forme strutturate di relazione con l’autorità, con il gruppo dei pari, con la regola e con il limite. È, in senso più ampio, uno dei principali laboratori nei quali si forma la persona e si sedimenta quel patrimonio di valori che dovrebbe consentire al giovane di confrontarsi con l’altro senza ricorrere alla sopraffazione.
Per questo, quando la violenza irrompe dentro una classe, la gravità dell’episodio non si esaurisce nella condotta materialmente posta in essere. Viene colpito, simbolicamente e concretamente, lo stesso patto educativo sul quale si fonda la comunità scolastica.
La vicenda verificatasi in una scuola media di Roma, nella quale un ragazzo di tredici anni avrebbe aggredito una propria insegnante dapprima mediante l’utilizzo di spray urticante e successivamente ferendola con un coltello, impone pertanto una riflessione che non può essere né emotiva né meramente punitiva. La docente, secondo le informazioni diffuse, non sarebbe in pericolo di vita, mentre sulla dinamica dell’accaduto risultano in corso gli accertamenti dei Carabinieri.
È precisamente in questa fase che occorre esercitare una particolare cautela: la criminologia non può sostituirsi all’accertamento giudiziario e non può trasformare ipotesi investigative in verità definitive.
Può, tuttavia, offrire una chiave di lettura.
La condotta violenta non nasce nel vuoto
Uno degli errori più frequenti nell’interpretazione della devianza minorile consiste nel ricercare una spiegazione unica e immediata: il ragazzo violento viene così ridotto al proprio gesto, come se la condotta costituisse un fenomeno isolato, improvviso e privo di antecedenti.
L’approccio criminologico impone, al contrario, di osservare il comportamento all’interno di un sistema più ampio.
Un atto aggressivo può essere il risultato dell’interazione di differenti fattori: individuali, familiari, relazionali, ambientali e sociali. Nessuno di questi elementi, considerato singolarmente, costituisce automaticamente una causa della violenza; è la loro eventuale combinazione, unitamente alla specifica storia personale del soggetto, a dover essere attentamente esaminata.
Comprendere questa complessità non significa attenuare la gravità del fatto.
Significa, semmai, evitare un errore ancora più grave: confondere la spiegazione con la giustificazione.
La criminologia non assolve. La criminologia osserva, ricostruisce, interpreta e, soprattutto, cerca di individuare quei fattori di rischio e quei segnali che possano consentire un intervento prima che la condotta raggiunga livelli irreversibili.
L’adolescenza costituisce una fase evolutiva caratterizzata da profonde trasformazioni psicologiche, relazionali e sociali. È il periodo nel quale l’individuo ricerca progressivamente una propria identità, misura il proprio spazio di autonomia e sperimenta il rapporto con l’autorità.
La regola, pertanto, non rappresenta soltanto un divieto. Rappresenta un confine. E il confine, nella crescita, ha una funzione essenziale.
Una comunità educativa incapace di porre limiti rischia di lasciare il giovane privo di coordinate; ma anche una risposta esclusivamente repressiva, non accompagnata da un percorso educativo e responsabilizzante, rischia di non incidere sulle condizioni che hanno favorito la condotta.
È proprio in questo delicato equilibrio che si colloca la prevenzione criminologica.
Non basta domandarsi quale sanzione debba seguire a un comportamento illecito. Occorre interrogarsi anche su quali condizioni abbiano consentito a quel comportamento di svilupparsi e, soprattutto, su quali strumenti possano impedire che esso si ripeta.
Un ulteriore profilo merita particolare attenzione: quello della possibile dimensione digitale.
Nel caso in esame, alcune fonti avrebbero riferito di una possibile componente di preparazione dell’aggressione e di una sua eventuale esposizione sui social network. Si tratta, allo stato, di elementi che dovranno essere verificati dagli accertamenti in corso e che non possono essere considerati fatti definitivamente acquisiti.
Qualora tali circostanze fossero confermate, il fenomeno assumerebbe una rilevanza criminologica ulteriore.
La violenza, infatti, non rimarrebbe confinata alla relazione autore-vittima, ma entrerebbe nella dimensione della rappresentazione pubblica.
È un passaggio significativo.
L’atto violento può diventare, nell’universo adolescenziale, non soltanto un comportamento, ma anche una forma di comunicazione, di ricerca di riconoscimento o di appartenenza. La dimensione digitale può amplificare tale dinamica, trasformando un episodio circoscritto in un contenuto potenzialmente destinato alla condivisione, alla spettacolarizzazione e alla riproduzione.
Questo non significa sostenere che i social network siano causa della violenza.
Una simile conclusione sarebbe semplicistica e criminologicamente poco rigorosa.
Significa, piuttosto, riconoscere che il contesto digitale costituisce oggi uno degli ambienti nei quali si costruiscono identità, reputazione e consenso tra pari e che, pertanto, non può essere escluso dall’analisi quando emergano elementi concreti che lo colleghino alla condotta.
Il concetto di emulazione assume, in questo scenario, una particolare delicatezza. La diffusione di immagini, gesti e narrazioni violente può contribuire a normalizzare ciò che dovrebbe invece essere percepito come eccezionale e lesivo dell’integrità altrui. Vi è poi un altro aspetto che, nella narrazione pubblica degli episodi di violenza, rischia talvolta di essere trascurato: la centralità della vittima.
Quando l’autore è molto giovane, l’attenzione dell’opinione pubblica tende comprensibilmente a concentrarsi sulla sua età, sulla sua storia e sulle possibili ragioni della condotta.
Ma comprendere l’autore non significa dimenticare la persona offesa.
L’insegnante aggredita non rappresenta soltanto la vittima di una specifica condotta: è anche il simbolo di una funzione educativa che, proprio mentre cerca di trasmettere regole e conoscenza, può trovarsi esposta a forme di aggressività estremamente destabilizzanti.
La tutela della vittima deve pertanto rimanere centrale, così come deve essere tutelata la comunità scolastica nel suo complesso.
Un episodio di violenza all’interno di una classe non coinvolge infatti esclusivamente due soggetti. Coinvolge gli altri studenti, i docenti, il personale scolastico, le famiglie e l’intero ambiente educativo.
La paura può propagarsi.
Il senso di sicurezza può incrinarsi.
E quando viene meno la percezione della scuola come luogo sicuro, viene compromessa una delle condizioni fondamentali per l’apprendimento.
Sul piano giuridico, naturalmente, ogni responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento. Sul piano criminologico, tuttavia, la parola “responsabilità” assume una dimensione più ampia. Responsabilità significa anche educazione alla conseguenza. Un adolescente deve progressivamente comprendere che ogni comportamento produce effetti sugli altri e che la libertà personale non può tradursi nella negazione della libertà e dell’integrità altrui.
È questa la funzione educativa del limite.
E proprio per questo la risposta a un comportamento violento non può essere affidata esclusivamente alla sanzione. La sanzione, quando prevista dall’ordinamento, appartiene alla dimensione della responsabilità giuridica. La prevenzione appartiene invece alla dimensione sociale, educativa e criminologica. Sono piani diversi, ma non necessariamente contrapposti.
La domanda più difficile: cosa non abbiamo visto?
Ogni grave episodio di violenza adolescenziale lascia inevitabilmente una domanda. Non soltanto: “Chi è responsabile?” Ma anche: “C’erano segnali che avremmo potuto riconoscere prima?” È una domanda scomoda, perché impone alla comunità adulta di guardare oltre l’evento.
Talvolta i segnali possono manifestarsi attraverso cambiamenti comportamentali, conflittualità persistenti, isolamento, difficoltà relazionali, improvvisi mutamenti nel rapporto con la scuola o con il gruppo dei pari. Ma nessuno di questi elementi, preso singolarmente, consente di prevedere automaticamente una condotta violenta.
Ed è proprio questo il punto. La prevenzione criminologica seria non consiste nel costruire una lista di “sospetti” né nell’etichettare precocemente un adolescente come pericoloso. Consiste nel creare una rete capace di ascoltare.
Una rete nella quale scuola, famiglia, servizi, istituzioni e comunità educante possano comunicare, condividere responsabilità e intervenire tempestivamente quando emerga una situazione di concreta vulnerabilità. Pretendere che sia esclusivamente la scuola a intercettare, gestire e prevenire ogni forma di disagio adolescenziale significherebbe attribuirle una responsabilità che non può sostenere da sola.
La scuola può osservare. Può segnalare. Può educare. Può costruire relazioni. Ma necessita di una rete istituzionale e sociale capace di sostenerla.
La prevenzione della violenza minorile richiede dunque un approccio multidisciplinare nel quale la dimensione educativa dialoghi con quella sociale, psicologica, criminologica e giuridica.
Il vero obiettivo non dovrebbe essere quello di trasformare ogni comportamento problematico in un caso giudiziario.
Dovrebbe essere, ove possibile, intervenire prima che il comportamento problematico diventi condotta violenta e prima che la violenza produca una vittima.
Violenza a scuola: la criminologia può contribuire alla prevenzione di episodi
È forse questo il principio che dovrebbe guidare ogni riflessione sulla violenza adolescenziale. Comprendere non significa giustificare. Studiare i fattori di rischio non significa cancellare la responsabilità. Analizzare il contesto familiare, sociale o relazionale non significa attribuire automaticamente ad altri la colpa della condotta. E soprattutto, cercare di comprendere perché un adolescente sia arrivato a compiere un gesto violento non significa dimenticare chi quel gesto lo ha subito.
Al contrario. Significa assumersi una responsabilità collettiva più grande: quella di comprendere il fenomeno abbastanza profondamente da poterlo prevenire. Perché la criminologia, quando è realmente orientata alla prevenzione, non guarda soltanto al reato già consumato.
Guarda a ciò che lo ha preceduto. Guarda alle fratture relazionali, ai segnali ignorati, ai contesti di vulnerabilità, alla cultura del gruppo, alla gestione del conflitto, al rapporto con l’autorità e, oggi, inevitabilmente, alla dimensione digitale.
E guarda soprattutto al futuro. Perché dopo ogni episodio di violenza possiamo limitarci a chiedere chi debba essere chiamato a rispondere del fatto. Oppure possiamo porci una domanda più difficile, ma forse più utile: che cosa possiamo cambiare affinché quella violenza non debba ripetersi?
È in questa domanda che la criminologia incontra la sua funzione più autentica: non soltanto interpretare il crimine, ma contribuire alla costruzione di strumenti capaci di prevenirlo.
E quando la violenza entra in classe, questa responsabilità diventa ancora più urgente.
Perché proteggere la scuola significa proteggere non soltanto chi oggi la abita, ma anche gli adulti che quegli adolescenti diventeranno domani.
A cura di Rita Tulelli, Avvocata e criminologa



