Salvamamme, Katia Pacelli: “La violenza la combatte l’intera cittadinanza”

Katia Pacelli, Direttrice dell’associazione Salvamamme Salvabebè, non ha dubbi: per combattere il fenomeno della violenza di genere (leggi qui l’editoriale) serve il contributo quotidiano e costante dell’intera cittadinanza. Ce lo dice in chiusura, dopo una lunga intervista, e aggiunge anche che si tratta di “un lavoro che ognuno di noi nel suo piccolo può fare” che si traduce anche nel “non girarsi dall’altra parte quando succede qualcosa. Se ognuno di noi contribuisce, sicuramente riusciremo a prevenire molta violenza di genere e probabilmente riusciremo anche un po’ a modificare la cultura”.

Perché gli oltre cento femminicidi registrati da inizio anno indiziano una cultura che deve essere modificata. E il percorso da compiere comprende l’ascolto, l’aiuto, ma passa anche per le scuole, per l’educazione e arriva a una sinergia collettiva, una rete umana forte, che non deve slegarsi.

Intervista a Katia Pacelli

Katia, partirei dal progetto la Valigia di Salvataggio (progetto dell’associazione avviato nel 2014) proprio perché emanazione dell’impegno di Salvamamme per supportare le donne in difficoltà, vittime di abusi e violenze, che decidono di cambiare la loro vita.

La Valigia di Salvataggio è uno dei tanti progetti di Salvamamme che nasce sempre in risposta ai bisogni che emergono quotidianamente. Ci sono arrivate donne scappate di casa e l’origine della Valigia risiede in una storia particolare. Una donna si è presentata fuori dal nostro ufficio una mattina presto, in camicia da notte, incinta, con in braccio un bambino che aveva colto l’occasione la notte per scappare; però non aveva portato niente con sé e quindi il suo ‘dirci adesso devo tornare a casa’ ci ha allarmati. Sarebbe potuto essere tranquillamente l’ultimo appuntamento.

Questo ci ha fatto piano piano rendere conto che i centri antiviolenza fanno un lavoro eccezionale fanno, ma che dalla decisione della donna alla presa in carico del centro antiviolenza, in alcune circostanze, passano anche diversi giorni e quei giorni sono un po’ un buco nero, da cui la donna rischia di tornare indietro.

Nasce da lì, nel 2014 ormai, la Valigia di Salvataggio per non tornare indietro; una valigia piena di beni di prima necessità – quindi il vestiario prodotti per l’igiene le scarpe, cioè tutto quello che serve per le primissime ore – accompagnata molto spesso da una valigina per i bambini dove all’interno si trovano anche i giochi perché pensiamo a un bambino che lascia tutto il suo mondo e il mondo di un bambino molto spesso è proprio composto dai giocattoli. 

È un un gesto d’affetto e soprattutto una spinta ad affrontare un periodo difficile, ma necessario per allontanarsi.

Ecco. Un periodo difficile. Avete mai riscontrato, durante il cammino, donne che hanno faticato ad accogliere il supporto?

Allora, più che donne che hanno faticato ad accogliere il supporto, direi un tempo lungo per arrivare ad elaborare l’uscita di casa, l’allontanamento, questo sì. Una delle storie che mi piace raccontare è quella di una ragazza che per un anno tutti i venerdì pomeriggio ci chiamava per essere rassicurata sulla nostra presenza, perché ci diceva: ‘se io decido, voglio non sentirmi sola’.

È stato così per un anno e ci ha sempre trovate. Poi è arrivata a fare la sua scelta e da psicologa posso dire che è una decisione chiaramente non semplice, che prevede del tempo e che prevede purtroppo dei ripensamenti. Ed è proprio per questo che è importante sostenere quelle donne in quel lasso di tempo in cui possono sentirsi davvero sole e possono fare fatica a continuare a fare quei passi che sono difficili ma che sono appunto fondamentali.

Parliamo di numeri.

Ad oggi, siamo a 3.800 valigie date, quindi, un numero impressionante considerando che sono solamente dieci anni di progetto e siamo quindi circa 300 valige l’anno. 

Quello che ci teniamo sempre a dire è che la valigia è un po’ un simbolo di una ripartenza e all’interno, oltre a tutto quello che è un po’ necessario, ci sono anche dei servizi: quindi, l’accoglienza e il primo sostegno della psicologa, la consulenza con illegale e in alcuni casi provvediamo anche a dare le SIM per fare in modo che si mantenga attivo numero di cellulare, ma che la donna non debba averlo sempre sotto controllo, proprio perché poi chiaramente sappiamo che il partner diventa assillante, “dove sei, torna a casa” e questo naturalmente permette una alleggerimento psicologico, nei limiti di quello che insomma può essere quel periodo.

Abbiamo, poi, un obiettivo importante, ossia quello di creare una sorta di casa di fuga proprio dove poter far stare queste donne nell’immediato, in attesa dell’intervento dei centri antiviolenza. In breve, diventa un po’ il nuovo obiettivo dopo dieci anni della Valigia. 

katia pacelli

Mi fermo ancora sui numeri. Quelli che ci hai raccontato sono importanti, dolorosi. Quali altri sono i riscontri dell’associazione?

I nostri numeri sono importanti e rappresentano esattamente quello che è l’andamento della violenza rispetto ai dati Istat, quindi assolutamente trasversali. Non c’è ceto sociale, non c’è un discorso di origine geografica e non c’è titolo di studio quindi è veramente trasversale. Noi attualmente abbiamo circa il 44% di italiane e il progetto Salvamamme è particolarmente presente nel Lazio, ma stiamo attivando dallo scorso anno dei punti un po’ su tutti Italia proprio perché è una buona prassi quella che stiamo portando avanti e quindi che stiamo cercando in qualche modo di diffondere il più possibile.

L’ultima entrata è Ragusa, dove abbiamo firmato un protocollo con la questura e con il Comune; sempre nel 2023 è stato firmato anche a Macerata, così come nei mesi passati a Potenza e a Napoli.

Insomma ci sono diverse realtà che stanno piano piano prendendo piede sul territorio e l’obiettivo è quello proprio di continuare a creare dei punti che possono essere di riferimento per le donne un po’ in tutta Italia.

Dunque, una rete. A proposito di lavoro sul territorio, nei giorni scorsi il ddl Roccella è diventato legge. Nel testo, si fa riferimento anche all’educazione dei giovani sul tema nelle scuole. In tal senso, so che voi state già realizzando progetti proprio negli istituti…

Noi vediamo la Valigia di salvataggio come un progetto di prevenzione a 360°. Sicuramente è una prevenzione purtroppo al femminicidio, perché come si diceva all’inizio non farle tornare indietro a casa a prendere le cose vuol dire probabilmente evitare l’ultimo appuntamento.

C’è quindi in questi termini anche un grande lavoro che stiamo facendo nelle scuole grazie anche al Gruppo Sportivo Fiamme Oro Rugby della Polizia di Stato, proprio di approccio ai ragazzi perché comunque tutto quello che viene detto è vero; cioè quello che noi dobbiamo fare è cambiare la cultura, perché l’intervento della Valigia è un intervento di emergenza, ma noi dovremmo arrivare ad evitare di avere questi numeri, dovremmo evitare I 105 femminicidi che attualmente fanno riferimento solo al 2023. Il progetto vuole in qualche modo contribuire a cambiare le cose, a sensibilizzare i ragazzi e a farli rendere conto di questa società, del modo di vivere, del modo di pensare.

Andando nelle scuole ti rendi conto che hanno un approccio delle volte scontato rispetto al controllo, cosa in qualche modo legata alla non consapevolezza della violenza. Il fatto semplicemente di chiedere la geolocalizzazione o meglio di pretendere la geolocalizzazione della ragazza o del ragazzo, naturalmente, rientra in una forma di violenza, quindi non hanno consapevolezza.

L’altro aspetto importante è che devono essere più accompagnati alla gestione alla riconoscimento delle loro emozioni e alla gestione delle frustrazioni, perché il no o il finire una relazione si porta dietro un’importante frustrazione. In questo il gruppo sportivo ci aiuta tanto perché quello che passa con più semplicità è naturalmente l’ambito sportivo. Quindi, è più semplice attraverso il modello sportivo rendere in maniera più d’impatto il messaggio che vogliamo portare.

Lo sport, quindi, come “antidoto sociale”, citando il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. Ma in base alla tua esperienza, cosa dovrebbe cambiare nella narrazione del fenomeno da parte di media, istituzioni e comuni cittadini?

Il discorso del pensare spesso che questo accade perché si ha un raptus. Poi, che parliamo di amore; non possiamo veramente confonderlo perché altrimenti il messaggio che arriva ai giovani è che comunque quella è una manifestazione d’amore e non è questo. E poi c’è una parte molto molto importante che è quella della vittimizzazione secondaria; cioè anche attraverso i media e attraverso i social, perché adesso i social hanno un ruolo importante, molto spesso ci si chiede: “Sì ma lei?” o viceversa “Sì ma lui?”, perché esiste anche la violenza sugli uomini, anche se in minoranza.

Quello che io vedo proprio dall’esperienza diretta nel parlare con le donne che trovano il coraggio dell’allontanarsi è anche il grande peso che si portano nel pensare di dover affrontare la gogna mediatica. E questo dovrebbe appunto essere evitato.

Dovremmo, poi, essere anche meno strumentali noi donne quando in alcuni casi utilizziamo la violenza per magari per arrivare a far male al partner durante una separazione, o durante un divorzio quando ci sono in mezzo ai bambini, perché è qualcosa di talmente importante che va tirato fuori nel momento in cui effettivamente è qualcosa che subiamo e non per fare del male. Anche perché questo rallenta tutto un percorso di giustizia. 

Arrivate alla fine di questa chiacchierata, c’è un messaggio che senti di voler condividere?

Vorrei aggiungere una cosa per chiudere. Come Salvamamme ci piace sempre dire che la violenza la combatte l’intera cittadinanza, quindi un lavoro che ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare; vuol dire non girarsi dall’altra parte quando succede qualcosa. Se ognuno di noi contribuisce sicuramente riusciremo a prevenire molta violenza di genere e probabilmente riusciremo anche un po’ a modificare la cultura.

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