“Dobbiamo fare qualcosa”: la frase del Prof. Maglio che cambiò il mondo e ispirò i Giochi Paralimpici

La tedofora Maria Stella Calà restituisce al presente l’eredità di Antonio Maglio.

Ogni trasformazione nasce da un attimo. Per il movimento paralimpico italiano, quell’attimo ha un nome e una frase pronunciata con la forza di chi ha saputo vedere oltre: Antonio Maglio e il suo “dobbiamo fare qualcosa”.

Una frase semplice, che diventa azione quando qualcuno decide di assumersi la responsabilità del “fare”, di cambiare lo stato delle cose.

Medico dell’Inail, padre della sport-terapia e promotore delle prime Paralimpiadi di Roma 1960, Maglio pronunciò quelle parole davanti a due ragazzi paraplegici, dimenticati su delle barelle in una casa di cura di Palestrina, in provincia di Roma. Capì che non poteva limitarsi a fare diagnosi e decise di dedicare la sua vita a cambiare il destino delle persone con lesioni al midollo.

Mentre oggi il mondo accende i riflettori su Milano-Cortina 2026, sulle piste di neve e di ghiaccio, sulla forza degli atleti che sfidano sé stessi e sull’evoluzione della cultura dello sport, quella frase torna luminosa.
Sabato prossimo, 6 dicembre, a 85 anni, Maria Stella Calà, moglie di Maglio, sarà tedofora per un tratto di 200 metri, partendo dal Circolo dell’Aeronautica Militare sul Lungotevere di Roma, all’altezza di Ponte Milvio. Un tratto di strada che riconsegna al presente la storia di un’intuizione capace di cambiare il Paese e il mondo intero.

Il viaggio della Fiamma Olimpica nella città eterna prenderà il via dallo Stadio dei Marmi e attraverserà alcuni dei luoghi più iconici della Capitale: Città del Vaticano, Largo Argentina, il Gazometro, Piazza San Pietro, Castel Sant’Angelo, per terminare infine a Piazza del Popolo

In un presente che parla di inclusione, pari opportunità e diritti, l’intuizione di Maglio continua a indicare una direzione, risuonando come un manifesto contemporaneo.

Prof. Antonio Maglio
Archivio famiglia Maglio/Calà

Villa Marina: dove un’idea diventa luogo

Per comprendere il valore del gesto di Maria Stella bisogna tornare a Villa Marina, il Centro Paraplegici di Ostia inaugurato dall’Inail nel 1957.
Maglio ne fu il primo direttore e sperimentò un modello pionieristico di riabilitazione sociale, in un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui la società tendeva a nascondere la disabilità e i mielolesi venivano considerati “irrecuperabili”.

A Villa Marina arrivavano lavoratori infortunati, giovani colpiti da traumi spinali, persone senza prospettive.

Maglio costruì un percorso che univa medicina, fisioterapia, autonomia quotidiana, psicologia, reinserimento lavorativo. Introdusse attività semplici, dallo sport alla musica, perché sapeva che mente e corpo hanno bisogno di energia.
Voleva restituire vita. E ci riuscì.

Prof. Antonio Maglio
Archivio famiglia Maglio/Calà

La sport-terapia: quando la fiducia diventa metodo

In quel centro prese forma un’idea destinata a cambiare la storia della riabilitazione, fondata sullo sport come vero strumento terapeutico, la sport-terapia.

Non un semplice passatempo né un diversivo, ma un programma rigoroso e disciplinato, costruito sulla fiducia nella capacità delle persone di ricostruire se stesse attraverso il movimento e la relazione.

Maglio propose discipline allora considerate impensabili per atleti in carrozzina come scherma, tiro con l’arco, basket in carrozzina, nuoto, atletica, tennistavolo, i lanci e perfino il biliardo sportivo.

A Ostia la disabilità smetteva di essere confinata alla passività grazie allo sport, che diventava identità e riscatto.

Maglio e Roma 1960: il coraggio di dare forma ad un’intuizione

La visione di Maglio andò oltre le mura di Villa Marina. Maturò l’idea, innovativa e coraggiosa per l’epoca, di affiancare ai Giochi Olimpici di Roma 1960 una manifestazione internazionale dedicata agli atleti paraplegici, che si sarebbe dovuta svolgere negli stessi impianti, sotto lo stesso sguardo del mondo.

Servirono diplomazia, competenze tecniche e una cooperazione straordinaria.  Dall’Inail ai comitati sportivi, dalle Federazioni ai volontari, l’Italia rispose con una compattezza sorprendentemente moderna.

Il 18 settembre 1960, allo Stadio dell’Acqua Acetosa, 400 atleti provenienti da 23 Paesi entrarono in campo. Stava nascendo una cultura, quella dei Giochi Paralimpici.

Prof. Antonio Maglio
Archivio famiglia Maglio/Calà

Milano-Cortina 2026: storia che ritorna, futuro che avanza

Sessantasei anni dopo, quel testimone arriverà tra le montagne di Milano e Cortina.
Qui si disputeranno le gare di para sci alpino, para sci di fondo, para snowboard, para biathlon e sledge hockey, discipline che raccontano come il limite non sia un muro, ma un punto da cui ripartire.

Oggi il movimento paralimpico vive una nuova stagione grazie agli atleti che dominano i social, che diventano modelli culturali, che ispirano milioni di giovani. Le loro storie sono trend globali, cambiano la percezione pubblica.

La torcia portata da Maria Stella Calà unirà chi ha visto nascere questo movimento a chi lo sta proiettando nel futuro, tra memoria e progetto, storia e società.

Un Paese che nel 1960 aprì una strada, oggi si ritrova protagonista di un nuovo capitolo, anche grazie agli interventi della Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026, con impianti più accessibili e tecnologie sempre più inclusive.

Un’eredità che non smette di guidarci

Il lascito di Maglio non è un capitolo chiuso.
È un modo di guardare alle persone con disabilità senza paternalismo o pietà, ma con rispetto e pieno riconoscimento della loro dignità.

E ogni volta che ci ritroviamo a dire “dobbiamo fare qualcosa”, non stiamo solo affrontando un problema, ma stiamo scegliendo quale modello di società costruire.

Una società che, grazie a figure come Antonio Maglio, continua a credere che la vera forza sia il modo in cui decidiamo di superare gli ostacoli.

Prof. Antonio Maglio
Archivio famiglia Maglio/Calà

 

 

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