Quanto vale nel 2026 lo sport femminile? Tra modelli di successo e nodi ancora da sciogliere

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Quanto vale nel 2026 lo sport femminile? Tra modelli di successo e nodi ancora da sciogliere

Alla conquista di nuovi spazi: il caso “The Sports Bra”

Lo sport femminile vive oggi una stagione di straordinaria espansione, un movimento capace di conquistare copertine, riempire gli stadi e innescare un profondo cambiamento culturale che parte direttamente dal basso. L’emblema di questa nuova era passa da Portland, negli Stati Uniti, e porta il nome di “The Sports Bra“.

Ideato e inaugurato dalla chef Jenny Nguyen, è il primo “sports bar” dedicato in via esclusiva alla trasmissione di eventi sportivi femminili. Questa idea non è nata per caso, ma per riempire un enorme vuoto nei media: per oltre trent’anni, infatti, la TV ha dedicato allo sport femminile appena il 5% di tutto lo spazio sportivo.

“The Sports Bra” sta dimostrando nei fatti che esiste un pubblico vasto per sport femminile, confermando che creare spazi di aggregazione dedicati non è solamente una scelta di inclusione, ma rappresenta anche un’impresa economica solida, sostenibile e di successo.

 

L’Italia dello sport è sempre più donna, ma il podio non basta

Guardando alla realtà del Bel Paese, ci troviamo di fronte a una profonda contraddizione. Negli ultimi due anni, le atlete tricolori hanno trainato le spedizioni internazionali degli azzurri, catturando le prime pagine per numero di trionfi.

I numeri certificano questo cambio di passo: il punto di svolta si è visto ai Giochi di Parigi 2024, con un bilancio di 7 ori femminili contro i 3 conquistati dagli uomini, guidato dalle imprese storiche della ginnasta Alice D’Amato, della judoka Alice Bellandi e dal trionfo dell’Italvolley trascinata da Paola Egonu.

Nell’atletica, la scena continentale è stata illuminata dalle imprese della mezzofondista Nadia Battocletti e dai salti di Larissa Iapichino e Dariya Derkach, traguardi che fanno da apripista alle giovanissime promesse Sofia Fiorini e Kelly Doulla. 

 

 

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Tra corsie e trampolini, i podi e le medaglie europee portano le firme inconfondibili della campionessa del mondo Simona Quadarella, dell’esplosiva Chiara Pellacani nei tuffi, e dei talenti in ascesa come Sara Curtis e Alessandra Mao.

Questo potere rosa ha trovato un’ulteriore consacrazione nella recente cornice di Milano-Cortina 2026, dove sei ori su dieci sono giunti proprio dal settore femminile, capitanato dalla portabandiera Federica Brignone.

Una scia inarrestabile che proietta la rappresentativa verso Los Angeles 2028, evento globale in cui le atlete supereranno per la prima volta gli atleti (5.333 contro 5.167). Eppure, a fronte di questi straordinari record sportivi, il divario di tutele e riconoscimenti fuori dai palazzetti resta ampio.

La radiografia dei dati: la ricerca “Sport e Parità di genere 2025”

A fotografare nel dettaglio lo stato in Italia sono i dati ufficiali pubblicati nella ricerca “Sport e Parità di genere 2025“, a cura di Sport e Salute S.p.A. Lo studio analizza accuratamente la presenza femminile sia sul campo che nei palazzi del potere. Sul fronte della pratica e del tesseramento, la percentuale di donne italiane tesserate ha raggiunto il 31,5%, registrando un incremento del 7% negli ultimi dieci anni (contro il 5,5% fatto segnare dagli uomini).

Tra le Federazioni Sportive con il maggior numero assoluto di tesserate spicca la Pallavolo (383.000 tesserate, pari all’88% del totale della Federazione), seguita da Tennis e Padel (320.000, 39%), Ginnastica (118.000, 88%), Nuoto (104.000, 49%) e Sport Equestri (100.000, 78%). 

Analizzando invece il panorama sul piano lavorativo e della governance, i dati delineano un quadro a due velocità. Da un lato, le donne rappresentano il 34,8% dei lavoratori sportivi complessivi in Italia. A questo si aggiunge inoltre un primato continentale: l’Italia è prima in Europa per numero di arbitri e assistenti donna (11% del totale nelle principali leghe maschili e femminili). 

Dall’altro lato, però, i vertici restano quasi un’esclusiva maschile. I ruoli dirigenziali all’interno dei club si fermano a un modesto 7,3% di quota femminile, percentuale che scende ulteriormente se si guardano le cariche di Presidenti di Federazioni o Organismi Sportivi. Al momento, solo la Danza Sportiva è guidata da una presidentessa. 

Ma il divario più drastico si registra in panchina: le allenatrici di club sono appena il 3,1% del totale, relegate esclusivamente alla guida di squadre femminili.

Il divario economico

Tennis: il modello della parità nei Major

Il tennis rappresenta la disciplina apripista sul fronte dell’equità retributiva. Secondo i dati ufficiali del  WTA (Women’s Tennis Association) e ATP (Association of Tennis Professionals) negli eventi del Grande Slam (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open) vige la completa parità di montepremi tra uomini e donne. La differenza esiste invece nei tornei di fascia inferiore dei circuiti ATP e WTA, dove le competizioni maschili garantiscono premi mediamente superiori del 20-30%. Tuttavia, le migliori tenniste al mondo riescono a raggiungere entrate complessive (tra premi e sponsorizzazioni) del tutto paragonabili a quelle dei colleghi maschi, rendendo il tennis lo sport individuale più redditizio in assoluto per le atlete.

Calcio: il ritardo strutturale

Il settore calcistico, essendo lo sport più seguito a livello globale, rappresenta un punto d’osservazione privilegiato per comprendere luci e ombre di questa transizione. Se guardiamo l’approfondimento di Calcio Femminile Italiano, la situazione nel Belpaese è cambiata durante il passaggio del calcio femminile al professionismo nella stagione 2022/2023 ha introdotto tutele previdenziali storiche e minimi salariali (fino a 26.664 euro lordi per le over 24), ma la realtà economica del movimento resta profondamente frammentata.

Se da un lato le top player della Serie A come Valentina Giacinti e Cristiana Girelli toccano ingaggi da 225.000 euro annui, dall’altro lo stipendio medio si ferma a circa 1.000 euro netti al mese, costringendo molte atlete a un secondo impiego, senza contare la Serie B dove vige ancora il dilettantismo con rimborsi massimi di 500 euro.

Pallavolo: un’eccezione di equilibrio

La pallavolo costituisce una vera e propria eccezione virtuosa nel panorama italiano ed europeo: la Serie A1 femminile gode di un seguito di pubblico e di un valore commerciale pressoché equivalenti a quelli della SuperLega maschile, come confermano i dati di affluenza e ascolti analizzati da I Volley Magazine. Questo equilibrio si riflette anche sugli ingaggi di vertice, dove stelle internazionali come Paola Egonu e Isabelle Haak percepiscono stipendi che oscillano tra gli 800.000 e il milione di euro a stagione, rendendo i loro compensi del tutto in linea con i contratti dei top player maschili.

Ciclismo: la garanzia del minimo contrattuale

Negli ultimi anni l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) ha introdotto importanti tutele contrattuali, consultabili nella regolamentazione ufficiale dell’UCI e approfondite da testate specializzate come Cyclingnews, imponendo un minimo salariale per le atlete del Women’s WorldTour (allineato a quello dei ProTeam maschili, attorno ai 38.000 euro annui). Sebbene la base d’incasso per le professioniste sia così garantita, la forbice economica ai vertici rimane amplissima: a fronte dei contratti stellari del settore maschile, dove campioni come Tadej Pogačar superano i 6 milioni di euro d’ingaggio secondo le stime di SpazioCiclismo, le cicliste più pagate al mondo, come Demi Vollering o Lotte Kopecky, si attestano attorno al milione di euro stagionale, come riportato dalle recenti analisi di mercato di Tuttobiciweb.

Qual è dunque la situazione sul fronte dei diritti televisivi, vero motore finanziario dello sport contemporaneo?

Non possiamo non partire dal calcio, dove la differenza è particolarmente marcata: secondo le analisi di Deloitte Sports Business Group, la Premier League maschile genera oltre 3,5 miliardi di euro all’anno di proventi televisivi, laddove la Women’s Super League inglese – il campionato femminile più ricco d’Europa – incassa circa 15-20 milioni all’anno, ossia meno dell’1% del corrispettivo maschile.

Negli Stati Uniti, il maxi-accordo media della NBA maschile vale circa 7,6 miliardi di dollari all’anno, mentre la WNBA femminile ha negoziato un contratto storico da 200 milioni di dollari all’anno; pur rappresentando un incremento del 300% rispetto al ciclo precedente, la cifra equivale a circa il 2,6% dell’incasso maschile.

Il tennis rappresenta invece la disciplina con il minore divario mediatico nei grandi appuntamenti. Nei quattro tornei dello Slam (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open), i diritti broadcast vengono venduti in pacchetti congiunti indivisi, garantendo la parità di montepremi. Nei tornei indipendenti dei circuiti ATP e WTA, invece, i diritti separati vedono ancora una quotazione media del circuito maschile superiore di circa due volte rispetto a quella femminile.

 


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