“Conquista la folla come Russell Crowe”, cantava il rapper Salmo, evocando l’immagine del protagonista de “Il Gladiatore”. Nel panorama odierno degli sport da combattimento, è impossibile non associare quel carisma alla figura di Mattia Faraoni.
Ma proprio come nell’antica Roma, dove il valore di un uomo si misurava nella capacità di farsi amare dal popolo oltre che per la forza mostrata nell’arena, Faraoni ha scelto di trasformare la sua immagine pubblica in uno scudo contro una delle piaghe più dolorose della nostra società: il bullismo.
Lo scorso 23 aprile, nella solenne cornice del Salone d’Onore del CONI, questa connessione tra sport e impegno civile è stata ufficializzata durante il Premio Città di Roma di OPES. Il riconoscimento non ha celebrato solo il kickboxer capace di KO spettacolari, ma soprattutto l’uomo che ha saputo trasformare la disciplina del ring in un potente messaggio sociale.
L’atleta romano si è concesso ai microfoni di Risorse.news con quella semplicità disarmante che lo contraddistingue, dimostrando che si può essere feroci durante il match e incredibilmente empatici nella vita quotidiana.
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La forza come strumento di protezione
Per un atleta, ricevere un premio nella propria città ha un significato che va oltre la bacheca dei trofei; è un ritorno alle origini e un abbraccio collettivo. Mattia ha esordito sottolineando come Roma sia il posto dove è cresciuto e dove ha imparato che nulla viene regalato, ma ha subito spostato l’attenzione sul valore educativo della fatica.
Per lui, essere premiato al CONI significa avere una piattaforma più grande per spiegare ai giovani che la vera forza non risiede nella prevaricazione, ma nella capacità di dominare i propri istinti e rispettare il prossimo.
Ciò che rende Mattia Faraoni una risorsa preziosa per la comunità è la sua ferma volontà di essere un esempio positivo al di fuori delle competizioni. In un’epoca che spesso esalta l’aggressività gratuita, lui promuove lo sport come antidoto alla violenza. Durante l’intervista ha ribadito con forza che la kickboxing insegna il sacrificio e il rispetto delle regole, concetti che sono l’esatto opposto dell’atteggiamento del bullo. Faraoni frequenta le periferie e parla ai ragazzi proprio per scardinare l’idea che chi picchia sia “forte”: la sua missione è trasmettere che la vera potenza serve a proteggere e costruire, mai a umiliare.
Un impegno che va oltre il ring
Il suo impegno non si ferma alle dichiarazioni di rito. Mattia usa la propria visibilità per agire come un fratello maggiore per chi si sente fragile, ricordando che la fatica in palestra è l’unica strada che porta a risultati duraturi, nella vita come sul ring.
Sentire il peso e l’onore di essere un punto di riferimento per chi subisce prepotenze è, per lui, la vittoria più grande, superando persino l’emozione di una cintura mondiale. Sapere che i giovani si avvicinano allo sport per emulare i suoi valori, e non solo i suoi colpi, è ciò che dà senso alla sua carriera.
Nonostante il clima di festa, l’animo del lottatore non conosce pause e Mattia guarda già al domani con l’obiettivo di avviare nuovi progetti sul territorio che coinvolgano le scuole e i centri sportivi. La sua vittoria non può essere completa se non viene condivisa con la comunità, offrendo ai ragazzi spazi sani dove crescere lontano dalle dinamiche di prevaricazione.
In conclusione, l’evento del 23 aprile ha acceso i riflettori su un campione che ha davvero “conquistato la folla”, ma lo ha fatto con la coerenza di chi non dimentica le proprie radici. Mattia Faraoni è il gladiatore moderno che combatte per la sua gente, dentro e fuori dal quadrato, ricordandoci, mentre si congeda, che il vero combattimento è quello che affrontiamo ogni giorno per essere persone migliori e per non permettere a nessuno di spegnere la dignità altrui.







