Nel rapporto “Foundations for Growth and Competitiveness 2026”, l’OCSE accende i riflettori sull’Italia: crescita debole, divari territoriali e una quota di giovani esclusi da lavoro e formazione tra le più alte d’Europa. Un’emergenza sociale che rischia di compromettere il futuro del Paese.
L’Italia cresce, ma troppo lentamente. E soprattutto cresce senza riuscire a includere davvero i giovani. È questo uno dei messaggi più chiari che emerge dal rapporto dell’OCSE “Foundations for Growth and Competitiveness 2026”, che dedica ampio spazio alle fragilità strutturali del sistema economico italiano.
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Una crescita che non accelera
Secondo l’analisi OCSE, il quadro macroeconomico italiano resta debole: il PIL continua a muoversi su ritmi contenuti, con una crescita prevista intorno allo 0,6% nel 2026, frenata da export incerto e domanda interna ancora poco dinamica.
A sostenere l’economia è soprattutto la spesa pubblica, in particolare gli investimenti legati al PNRR, che però non bastano a compensare problemi più profondi: bassa produttività; ritardi nell’innovazione, mercato del lavoro poco efficiente.
In altre parole, l’Italia regge, ma non accelera.
Il nodo strutturale: competenze e istruzione
Uno dei punti più critici riguarda il capitale umano. L’Italia continua a registrare livelli di istruzione tra i più bassi dell’area OCSE, con una quota di laureati nettamente inferiore alla media internazionale.
Questo deficit si traduce in un disallineamento tra competenze e domanda del mercato del lavoro, che limita la competitività del Paese e frena l’innovazione.
L’OCSE insiste su un concetto chiave: senza un rafforzamento del sistema educativo e della formazione continua, la crescita resterà strutturalmente debole.
L’Italia e il dato più preoccupante: i NEET
Il vero campanello d’allarme riguarda però i giovani.
In Italia, circa il 17,3% dei giovani non studia, non lavora e non è inserito in percorsi di formazione (i cosiddetti NEET), un dato nettamente superiore alla media OCSE del 12,6%.
Si tratta di un problema cronico, anche se in lieve miglioramento rispetto al passato (oltre il 24% nel 2012).
Ma ciò che colpisce di più è la forte disparità territoriale: in alcune regioni del Sud si superano livelli molto elevati (oltre il 30%): altre aree del Paese restano sotto la media OCSE.
Questa frattura geografica riflette un’Italia a due velocità, dove le opportunità per i giovani cambiano radicalmente da territorio a territorio.

Un rischio per la crescita futura
Per l’OCSE, il fenomeno NEET non è solo un problema sociale, ma anche economico.
I giovani esclusi da lavoro e formazione rappresentano una perdita di capitale umano, con effetti diretti su: produttività, innovazione e sostenibilità del sistema economico.
Non a caso, a livello OCSE i NEET sono considerati tra i gruppi più esposti al rischio di esclusione sociale e precarietà permanente.
Le indicazioni dell’OCSE
Per invertire la rotta, il rapporto indica alcune priorità chiare: rafforzare l’istruzione tecnica e professionale; migliorare il collegamento tra scuola e lavoro; potenziare le politiche attive per l’occupazione giovanile; ridurre le disuguaglianze territoriali.
In particolare, viene sottolineata l’importanza di facilitare la transizione scuola-lavoro, ancora troppo lenta e frammentata in Italia.
Una sfida decisiva
Il quadro che emerge è quello di un Paese che ha le risorse per crescere, ma non riesce ancora a trasformarle in sviluppo inclusivo.
La vera sfida, suggerisce l’OCSE, non è solo aumentare il PIL, ma costruire una crescita più equa e sostenibile, capace di coinvolgere soprattutto le nuove generazioni.
Perché senza giovani dentro il sistema produttivo, la crescita rischia di restare – ancora una volta – incompiuta.




