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UN RAPPORTO MOLTO STRETTO CON L’EUROPA
È proprio questo che rende l’Islanda unica: il Paese non è membro dell’UE, ma mantiene relazioni molto strette con il blocco. In quanto membro dell’EFTA e dello Spazio economico europeo, l’Islanda gode di un ampio accesso al mercato unico, insieme a Norvegia e Liechtenstein. Tuttavia, settori particolarmente sensibili per l’economia islandese, come la pesca e l’agricoltura, rimangono esclusi da questo accordo. L’Islanda appartiene anche all’area Schengen, partecipa al sistema europeo di scambio di quote di emissioni e a programmi come Erasmus e Horizon. L’integrazione ha raggiunto un livello tale che il Paese ha adottato quasi 9.000 atti legislativi dell’UE, pur non avendo diritto di voto nel processo decisionale di Bruxelles. A livello internazionale, l’Islanda è membro della NATO e del Consiglio d’Europa e fa parte della Coalizione dei Volenterosi per l’Ucraina. Per molti elettori, in breve, il modello attuale sembra già offrire una combinazione sufficientemente attraente di accesso all’Europa e autonomia nazionale. Questa è una posizione ribadita dal Primo Ministro Frostadóttir durante la campagna elettorale, che ha evidenziato l’ampio apprezzamento per l’accordo sullo Spazio economico europeo e per le attuali relazioni con l’UE.
L’IMPATTO DELLA PESCA
Sebbene le questioni geopolitiche abbiano fatto da sfondo alla campagna elettorale, il tema che ha avuto il maggiore impatto sul voto è stato quello della pesca, che fornisce una quota significativa di occupazione, contribuisce per circa l’8% al PIL islandese e rappresenta quasi il 40% delle esportazioni. È quindi facile capire perché la possibilità di affidare parte di questo controllo alle istituzioni europee abbia sollevato tante preoccupazioni. L’adesione all’UE comporterebbe l’applicazione della Politica comune della pesca, che stabilisce i criteri per le zone di pesca, le stagioni e le quantità. Le quote vengono in gran parte determinate annualmente a seguito di negoziati specifici e gli Stati membri sono poi tenuti a garantirne il rispetto.
LE RASSICURAZIONI DI REYKJAVÍK NON SONO SUFFICIENTI
Il timore di perdere l’autonomia nella gestione delle risorse marine era particolarmente diffuso tra gli operatori del settore. Il governo aveva tentato di placare queste preoccupazioni affermando che avrebbe chiesto a Bruxelles di concedere all’Islanda la piena autorità sul suo sistema di pesca. Anche la Commissione europea si era dichiarata disponibile a esplorare soluzioni innovative per affrontare il problema. Tuttavia, queste rassicurazioni non sono state sufficienti. I sostenitori del “no” si sono concentrati proprio su questo aspetto, mentre la campagna per la ripresa dei negoziati non è riuscita a dimostrare in modo convincente che i vantaggi della piena integrazione avrebbero compensato la perdita di autonomia.
LA GEOGRAFIA DEL VOTO RIFLETTE UNA DIVISIONE
Il risultato nazionale maschera una divisione territoriale piuttosto netta. Delle sei circoscrizioni elettorali islandesi, solo due, appartenenti alla capitale Reykjavik, hanno espresso una maggioranza a favore della riapertura dei negoziati. La capitale ha quindi rappresentato la principale fonte di sostegno per la prospettiva europea. Nelle aree rurali, gli elettori hanno respinto la riapertura dei negoziati con percentuali superiori al 60%. In queste zone, la pesca ha un impatto molto maggiore sull’occupazione rispetto alla capitale, dove il settore riveste un ruolo marginale. La geografia elettorale rivela quindi una divisione piuttosto netta tra il centro urbano e le comunità più strettamente legate alle attività rurali e marittime.
TRUMP, L’ARTICO E LA GEOPOLITICA RIMANGONO SULLO SFONDO
Il referendum si è svolto in un momento in cui la posizione dell’Islanda nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico ha assunto un’importanza crescente. La guerra della Russia contro l’Ucraina, la competizione con la Cina e le politiche dell’amministrazione di Donald Trump hanno alimentato un’interpretazione geopolitica del voto. In particolare, le dichiarazioni del presidente statunitense sulla Groenlandia e il suo interesse per l’isola danese hanno riportato l’attenzione internazionale sull’Artico. La posizione strategica dell’Islanda nell’Atlantico settentrionale è quindi diventata ancora più rilevante nel contesto del nuovo equilibrio di potere internazionale. Per i sostenitori dell’adesione all’UE, la posizione di Washington avrebbe dovuto rafforzare l’idea che una maggiore integrazione con l’Unione europea potesse offrire maggiore sicurezza. Il risultato, tuttavia, suggerisce che queste considerazioni non sono state sufficienti a superare le preoccupazioni in merito alla sovranità e al controllo delle risorse nazionali.
UN’OCCASIONE PERSA PER BRUXELLES
Il voto islandese giunge in un momento delicato per l’Unione Europea. Bruxelles sta cercando di rilanciare il processo di allargamento come strumento strategico, soprattutto dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Il percorso di Kiev e della Moldavia ha subito un’accelerazione, mentre nei Balcani occidentali l’UE continua a concentrarsi su investimenti e partenariati per mantenere vicini i paesi candidati. L’Islanda sarebbe stata un caso particolarmente interessante. Tuttavia, Bruxelles era anche consapevole di un potenziale problema politico: una rapida adesione dell’Islanda avrebbe rischiato di privare di priorità i paesi dei Balcani occidentali, alcuni dei quali attendono da oltre un decennio. Tra le opzioni discusse c’era persino la possibilità di collegare il processo di adesione dell’Islanda a quello del Montenegro, evitando così una percezione di disparità nella regione. Il referendum ha reso superflue queste opzioni. Lo status dei paesi candidati all’adesione rimane invariato e l’Unione ha perso l’opportunità di dimostrare che il progetto europeo può continuare ad attrarre economie ricche e democrazie consolidate.
CONFRONTO CON NORVEGIA, SVIZZERA E BREXIT
Il caso islandese, tuttavia, non è isolato. La Norvegia ha respinto l’adesione all’UE due volte, nel 1972 e nel 1994. Anche allora, la questione della sovranità e della gestione delle risorse naturali, in particolare quelle legate alla pesca, ha giocato un ruolo chiave. Un altro confronto significativo è con la Svizzera, che ha ripetutamente respinto forme più profonde di integrazione europea pur mantenendo stretti legami economici con il mercato unico attraverso accordi specifici. E poi c’è il Regno Unito, un’economia del G7 che ha scelto di lasciare l’Unione nel 2016. Il risultato della Brexit, con il 51,89% a favore dell’uscita e il 48,11% a favore della permanenza, presenta una sorprendente somiglianza con il voto islandese: anche in quel caso, il divario tra le due posizioni era ristretto.
NO ALL’ADESIONE, NON NECESSARIAMENTE ALL’EUROPA
Il significato del referendum non si traduce necessariamente in un rifiuto dell’Europa. Piuttosto, il voto sembra indicare che, per la maggioranza degli islandesi, i vantaggi offerti dal modello attuale non giustificano, almeno per ora, un’adesione completa. La questione della sovranità e della capacità di mantenere il controllo sulle risorse nazionali ha prevalso sulla prospettiva di una maggiore integrazione politica. Un Paese profondamente integrato nel mercato e nelle istituzioni europee ha scelto di fermarsi un attimo prima dell’adesione, ritenendo sufficiente l’equilibrio costruito nel corso degli anni. Per Bruxelles, si tratta di una battuta d’arresto significativa proprio perché proviene da una democrazia stabile, economicamente prospera e già molto vicina all’Unione. Per gli altri Paesi candidati, tuttavia, la situazione è diversa: per Albania, Bosnia ed Erzegovina, Georgia, Moldavia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Turchia e Ucraina, l’integrazione europea può offrire la prospettiva di crescita, prosperità e maggiore uguaglianza, oltre ad avere un peso geopolitico significativo. Il percorso intrapreso dai Paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno aderito all’UE nel 2004 viene indicato come esempio delle opportunità offerte dall’integrazione. Inoltre, per gli Stati più esposti alle pressioni russe, l’adesione assume una dimensione strategica che, nel caso dell’Islanda, appare molto meno urgente. Il risultato islandese solleva quindi un interrogativo più ampio sul futuro dell’allargamento: quanto può ancora essere attraente il progetto europeo per i Paesi che già possiedono economie solide e una notevole autonomia? La risposta che emerge dai sondaggi islandesi, almeno per ora, è piuttosto cauta. In un contesto internazionale sempre più incerto, una parte significativa dell’elettorato ha preferito mantenere un equilibrio consolidato piuttosto che affrontare i costi e le incertezze di una maggiore integrazione.
Articolo pubblicato anche su The Conservative




