New York è una città frenetica, sempre in movimento, che custodisce una grande varietà di identità: culturali, religiose e sociali. “Questo yin&yang mi ha sempre guidato. Quando la città cade, si rialza. Reagisce. Si trasforma di continuo”, ha affermato lo stilista newyorkese Michael Kors (il concetto è ripreso nel libro “Da Giuliani a Mamdani” di Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi). Tuttavia, un giorno come tanti altri, quel martedì alle 8:45 (ora locale) la New York frenetica si ferma.
L’11 settembre 2001, venticinque anni fa, ogni persona alzò lo sguardo, sospeso tra paura e incredulità davanti a ciò che stava accadendo. Con il susseguirsi dei boati e degli schianti, la realtà divenne sempre più chiara: le Torri Gemelle stavano crollando. Il bilancio degli attentati dell’11 settembre fu di 2977 vittime (esclusi i 19 attentatori) e 6400 feriti.
A un quarto di secolo dagli attentati alle Torri Gemelle, l’11 settembre non è più un ricordo condiviso ma una storia che si tramanda. E la New York di oggi è una città diversa da quella che bruciò in diretta mondiale.
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New York: la città che si rialza e si trasforma. Lo shock di chi ha vissuto l’11 settembre
Per il prossimo triste anniversario, New York si fermerà come ogni anno per leggere ad alta voce, uno per uno, i nomi delle vittime degli attentati del 2001. Sarà la venticinquesima volta. Ma sarà anche la prima ricorrenza in cui la maggioranza della popolazione mondiale e una gran parte delle nuove generazioni americane non avrà alcun ricordo personale di quell’11 settembre 2001. Chi oggi ha venticinque anni non era ancora nato. Chi oggi ne ha trenta all’epoca della tragedia ne aveva cinque e, nella migliore delle ipotesi, conserva un’immagine sfocata: la televisione accesa in casa, una trasmissione interrotta, un adulto in lacrime, una parola nuova, “attentato“, entrata per la prima volta nel vocabolario infantile.
Bisogna volgere lo sguardo a questo anniversario, non solo per l’importanza dell’accaduto e chiedersi cosa è successo quel giorno, ma porre anche una riflessione su cosa succede quando un evento fondativo smette di essere memoria vissuta e diventa, semplicemente, storia.
Per chi c’era, soprattutto per chi a New York c’era davvero, in strada o davanti alla tv locale, l’11 settembre resta un punto fermo biografico, uno spartiacque personale oltre che collettivo. Le ricerche condotte negli anni successivi agli attentati confermano che si tratta di uno dei ricordi flashbulb più diffusi della storia americana recente: secondo un sondaggio realizzato nel 2022 dall’organizzazione More in Common, la maggioranza degli americani continua a considerarlo tra gli eventi più significativi mai vissuti, e oltre la metà degli intervistati dichiara di essere stata cambiata nel profondo da quella giornata.
È un ricordo che ha una data, un’ora, un luogo preciso in cui ci si trovava: la classica domanda “Dove eri quel giorno?” che per generazioni resterà un rito sociale.
… e di chi lo ha sentito tramandare
Per chi non c’era, invece, l’11 settembre si è formato per accumulo: non un evento, ma una sedimentazione di racconti familiari, gite scolastiche al memoriale, documentari, post sui social nel giorno dell’anniversario. Non è un ricordo, è una narrazione ricevuta e le narrazioni ricevute funzionano diversamente dai ricordi diretti.
In un’inchiesta di USA Today condotta tra i giovani americani, un ragazzo che da neonato era stato messo in salvo proprio dal World Trade Center ha raccontato di aver compreso per la prima volta il vero peso di quanto gli era accaduto non guardando le immagini delle Torri che crollano, ma anni dopo, vedendo quasi per caso un film satirico sulla politica americana del dopo 11 settembre. È un modo indiretto, mediato, di arrivare alla comprensione di qualcosa che si è “vissuto” solo nel corpo, da neonati, senza poterlo ricordare consciamente.
C’è poi un paradosso che diversi osservatori hanno sottolineato: la generazione che non ricorda l’attentato è anche la prima cresciuta interamente dentro le sue conseguenze pratiche. I più giovani non hanno memoria di un mondo senza metal detector negli aeroporti, né di un’epoca priva dell’ombra costante del terrorismo nel discorso pubblico: hanno semplicemente sempre conosciuto un mondo già riorganizzato attorno a quella paura. Non ricordano la causa, ma vivono dentro l’effetto.
Resta poi aperto, e tutt’altro che archiviato, il tema della comunità musulmana americana. L’ultimo sondaggio dell’Institute for Social Policy and Understanding, condotto nel 2025, registra un’islamofobia in crescita, alimentata anche dal clima legato alla guerra a Gaza e alla repressione delle proteste universitarie. Già il ventennale del 2021 aveva rilevato una persistente percezione di esclusione da parte di questa minoranza: una ferita che non si è mai davvero rimarginata, ma che si riattiva ogni volta che si aprono nuove tensioni geopolitiche.
Non solo le Torri Gemelle
Il racconto mediatico dell’11 settembre si concentra quasi sempre solo su New York, lasciando in ombra gli altri due luoghi colpiti quel giorno: il Pentagono, a Washington, e il campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dove si schiantò il volo United 93 dopo che i passeggeri tentarono di riprendere il controllo dell’aereo dirottato, il gesto reso celebre dal “Let’s roll” pronunciato da uno di loro, Todd Beamer.
A Shanksville sorge oggi il Flight 93 National Memorial, con il Wall of Names e la Tower of Voices inaugurata nel 2018: un memoriale rurale, molto diverso da Ground Zero, custodito da una comunità di poche centinaia di persone che venticinque anni fa si è trovata improvvisamente al centro della storia mondiale.
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