Calciatori milionari, acclamati dai tifosi e all’apice della propria carriera: apparentemente hanno tutto. Eppure, le recenti inchieste sul calcio scommesse mostrano un lato oscuro fatto di debiti, app illegali e dipendenza. Tra psicologia, noia e l’illusione di battere il sistema, ecco cosa spinge i campioni nel tunnel del gioco d’azzardo.
Sulla carta sembra un paradosso incomprensibile, ma in ogni appassionato di questo sport, e non solo, sorge una domanda che può sembrare banale: perché un ragazzo di vent’anni, con contratti milionari e una carriera da sogno, dovrebbe rischiare la squalifica, la reputazione e il proprio patrimonio per scommettere?
I casi recenti che hanno scosso il calcio italiano e che hanno coinvolto noti calciatori come Nicolò Fagioli e Sandro Tonali, hanno riacceso i riflettori su un fenomeno diffuso nel nostro Paese. Non si tratta di partite truccate per combinare risultati (il classico “calcioscommesse” degli anni ’80 o del 2011), ma di atleti che scommettono su piattaforme legali e illegali, spesso su qualsiasi disciplina, compreso il calcio stesso.
Per comprendere le radici di questo fenomeno occorre analizzare una combinazione complessa di fattori psicologici, ambientali e culturali. Un recente studio, condotto congiuntamente dal Karolinska Institutet di Stoccolma, dall’Università di Oxford e dall’Imperial College di Londra, offre dati illuminanti: se nella popolazione europea generale il rischio di sviluppare una ludopatia si attesta tra lo 0,5% e lo 0,8%, tra i calciatori professionisti questa percentuale subisce un’impennata allarmante, toccando ben il 13%.
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L’illusione del controllo e la fame di adrenalina
Il primo errore valutativo è credere che i calciatori scommettano “per soldi”. Per chi guadagna centinaia di migliaia di euro al mese, la vincita economica non è la molla principale. Come spiegato dal Dottor Lorenzo Castelli, psicologo, psicoterapeuta ed esperto in gioco d’azzardo patologico, in un’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, la ludopatia nei soggetti ad alte prestazioni risponde a dinamiche neurobiologiche precise:
- La ricerca dello “spike” adrenergico: Chi gioca a livelli agonistici elevati vive costantemente immerso in picchi di adrenalina (lo stadio pieno, la pressione del risultato, l’estasi del gol). Quando il riflettore si spegne, la vita quotidiana appare piatta. Il gioco d’azzardo diventa un sostituto rapido e accessibile per ritrovare quel brivido. Lo studio anglo-svedese conferma in pieno questa dinamica. Un calciatore di Premier League, in cura per la propria dipendenza, ha confidato ai ricercatori come la puntata gli garantisse la medesima ebbrezza di una rete segnata, offrendogli un “brivido a cui potevo accedere senza limiti” e che ha finito per privarlo di “ogni freno
- L’illusione di competenza ( od “effetto overconfidence”): Un calciatore professionista vive convinto di “capire” lo sport meglio degli altri. Questo genera l’illusione psicologica di poter prevedere gli eventi sportivi meglio delle quote dei bookmaker, spingendoli a sottovalutare il rischio matematico del banco.
Come sottolinea il Dott. Castelli, il passaggio dal gioco ricreativo alla patologia avviene gradualmente: il cervello comincia ad associare la scommessa a una via di fuga dall’ansia o dalla pressione, innescando il meccanismo compulsivo dove si gioca non più per vincere, ma per “rientrare” dalle perdite (chasing).
Il vuoto pomeridiano: noia, solitudine e disponibilità illimitata
Un altro aspetto cruciale riguarda lo stile di vita degli atleti. Un approfondimento curato dall’emittente svizzera RSI (Giovani calciatori e… scommettitori) ha messo in luce la particolare routine di questi ragazzi:
- Tempo libero non strutturato: La giornata lavorativa di un calciatore si concentra spesso in sessioni di allenamento di 3-4 ore al mattino. Il resto della giornata lascia spazio a lunghi pomeriggi vuoti.
- Isolamento e bolla sociale: Spesso sradicati dalle famiglie in giovane età per entrare nei settori giovanili, questi calciatori vivono in contesti protetti ma isolati, dove le opzioni di svago “comuni” sono limitate anche da esigenze di privacy e sicurezza.
- Pressione prestazionale: L’obbligo costante di performare e il terrore degli infortuni generano uno stress sotterraneo che richiede valvole di sfogo immediate.
In questa cornice, lo smartphone diventa una finestra sempre aperta sulla tentazione. Con la digitalizzazione del betting — tra app di poker online, casinò virtuali e chat criptate su Telegram — scommettere richiede un semplice tocco, al riparo da sguardi indiscreti.
La percezione alterata del denaro e la sottocultura di gruppo
Molti di questi ragazzi arrivano quindi alla ricchezza senza aver sviluppato una reale educazione finanziaria. Guadagnare cifre enormi in brevissimo tempo altera la percezione del valore del denaro: perdere 10.000 euro in una sera può sembrare un’inezia a chi ne incassa un milione all’anno, finché il meccanismo compulsivo non fa lievitare i debiti a cifre astronomiche.
A ciò si aggiunge il ruolo della dinamica di gruppo. Nel micro-mondo degli spogliatoi, il gioco d’azzardo viene spesso normalizzato o vissuto come un’attività di bonding tra colleghi. Si comincia per gioco nelle chat di squadra, ci si scambia consigli sulle quote e, gradualmente, ci si spinge verso canali informali o illegali per aggirare i divieti federali (come l’Articolo 24 del Codice di Giustizia Sportiva FIGC, che vieta tassativamente ai tesserati di scommettere sul calcio).
Lo studio evidenzia, a questo proposito, l’esistenza di una vera e propria “sottocultura” all’interno di alcune squadre, una deriva accentuatasi pesantemente durante l’isolamento pandemico. In questi ambienti, scommettere forte su cavalli o organizzare costose partite di poker viene quasi percepito come un modo per “fare gruppo”, sdoganando comportamenti a rischio ed esponendo gli atleti al contatto diretto con reti illegali e allibratori.
Dalla punizione alla prevenzione: la vera sfida del calcio
La vicenda dei giovani calciatori coinvolti nel calcioscommesse dimostra che la risposta non può essere esclusivamente sanzionatoria. La squalifica e le sanzioni pecuniarie sono tasselli necessari per tutelare l’integrità dello sport, ma da sole non curano una patologia riconosciuta dal sistema sanitario.
L’integrazione di percorsi terapeutici e di recupero segna un cambio di passo fondamentale. La sfida per le società sportive e per i settori giovanili sta oggi nel fornire strumenti educativi, supporto psicologico costante e una reale cultura del limite, per evitare che il talento sul campo venga inghiottito dal vuoto fuori dal rettangolo di gioco.
Foto Copertina (foto centrale): Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID Foto: 2499157487 / Autore: New Africa





