La trappola della quasi-vittoria: come la ludopatia inganna e “dirotta” il cervello

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La ludopatia, non è una semplice mancanza di autocontrollo, ma è una condizione clinica riconosciuta dall’OMS e dal DSM-5 che modifica profondamente i circuiti cerebrali della ricompensa, del controllo, degli impulsi e della valutazione del rischio. In Italia il fenomeno ha registrato dati impressionanti: secondo il report Istat 2024, quasi 16,6 milioni di persone  (il 31,9% della popolazione dai 14 anni in su) hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno a giochi con vincita in denaro. 

Tra questi, oltre 800.000 persone giocano ogni settimana e più di 1 milione almeno una volta al mese, con i gratta e vinci che restano la forma più diffusa, utilizzata dal 25,1% degli italiani. Dietro questi numeri ci sono cervelli che hanno imparato, contro la propria volontà, a cercare nel gioco una risposta rapida a emozioni difficili come stress, noia e solitudine. E lo fanno perché il gioco d’azzardo, a livello biologico, funziona come un potente inganno neurochimico.

Il cervello nella trappola della ricompensa: un ciclo continuo tra dopamina, attesa e quasi-vittorie

Al centro del meccanismo della ludopatia c’è il sistema mesolimbico della ricompensa, una rete neurale che collega l’area tegmentale ventrale al nucleo accumbens e alla corteccia prefrontale (l’area che dovrebbe dire “basta”). Questo circuito si è evoluto per rinforzare comportamenti essenziali alla sopravvivenza, come mangiare, bere o relazionarsi, rilasciando dopamina ogni volta che qualcosa di piacevole o utile accade. Il gioco d’azzardo “dirotta” questo sistema.

Ogni puntata innesca un’onda di dopamina, ma il picco non arriva quando si vince: arriva nell’attesa. È la ruota della slot machine che gira, le carte che si scoprono una alla volta, il gol che potrebbe arrivare nei minuti finali su cui si è scommesso. 

A rendere il gioco così potente c’è anche l’effetto delle “quasi-vittorie”, dove il cervello richiede puntate sempre più alte e frequenti per ottenere lo stesso effetto, mentre perde progressivamente la capacità di frenare l’impulso. I near-miss effect, ossia “l’effetto di quasi successo” (due simboli uguali e il terzo che si ferma accanto; un gol mancato all’ultimo minuto) attivano di molto la risposta dopaminergica di una vincita reale, spingendo a riprovare con la sensazione di “essere vicini” alla vittoria. È un meccanismo studiato da decenni, ma solo ora la neuroscienza riesce a misurarlo con precisione: il cervello tratta il quasi come un quasi-vinto, non come una perdita.

Con il tempo si sviluppano tolleranza e abitudine: servono sessioni più lunghe, somme più alte, rischi maggiori. Parallelamente, la densità dei recettori dopaminergici nello striato ventrale si riduce, un deficit simile a quello osservato nelle dipendenze da cocaina e metanfetamina. Il gioco smette così di essere una scelta e diventa un bisogno fisiologico.

Ludopatia: quasi 700mila minorenni hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno

Le stime del Dipartimento per le Politiche Antidroga (report 2012) indicano che tra 300.000 e 1,3 milioni di italiani soddisfano i criteri diagnostici per la ludopatia secondo il DSM. Dati allarmanti riguardano soprattutto la fascia dei giovani di età compresa tra i 14 e i 17 anni. 

L’indagine ISS (18 ottobre 2018) dedicata agli studenti tra i 14 e i 17 anni ha rilevato che quasi 700mila minorenni hanno giocato almeno una volta nell’ultimo anno.  Di questi, circa 70mila (il 3% dei giovani giocatori, pari a circa il 10% del totale dei giocatori minorenni) presentano già un profilo problematico, mentre altri 80mila sono classificati come “a rischio”.  Il fenomeno è più diffuso tra i maschi e al Sud: un 17enne su tre (35%) dichiara di aver giocato, e tra i problematici il 40% ha iniziato a giocare tra i 9 e i 12 anni.  Le tipologie di gioco più praticate dai giovani sono le scommesse sportive (79,6%) e le lotterie istantanee (70,1%).

Ludopatia: segnali nel cervello, segnali nella vita quotidiana

Studi EEG (elettroencefalografia) e neuroscienze recenti confermano che la ludopatia lascia tracce misurabili nell’attività elettrica cerebrale: si osserva un aumento dell’attività beta correlata alla gravità del gioco e una coerenza interemisferica alterata, con maggiore accoppiamento nei siti frontali e ridotta coerenza nelle regioni temporali, centrali e parietali. Il Disturbo da Gioco d’Azzardo è legato a connessioni dirette tra corteccia frontale e regioni sottocorticali, ovvero i circuiti fronto-striatali responsabili dell’autocontrollo e della valutazione delle conseguenze.

Queste alterazioni si traducono in comportamenti riconoscibili: preoccupazione costante per il gioco, pianificazione della prossima puntata, rimuginare su perdite e “recuperi”; menzogne e segretezza su tempi e somme giocate, spesso accompagnati da irritabilità quando si viene messi in discussione. Tentativi ripetuti smettere, poi falliti, seguiti da ricadute rapide, talvolta con somme crescenti nel tentativo di “recuperare tutto” con una puntata giusta.

Le conseguenze, ovviamente ricadono anche su problemi finanziari, conflitti familiari, debiti accumulati, assenteismo, perdita del lavoro, fino a gesti estremi per procurarsi denaro. Il tono dell’umore diventa dipendente dall’esito delle puntate: ansia e depressione dopo le sessioni, euforia transitoria durante il gioco.

Ludopatia: una dipendenza senza sostanza, ma con gli stessi effetti reali

La ludopatia condivide con le dipendenze da sostanze gli stessi circuiti neurali, gli stessi meccanismi di tolleranza e astinenza e le stesse difficoltà di controllo. Il recupero di questi circuiti, secondo gli studi più recenti, richiede 18-24 mesi di astinenza completa, con un lento ripristino dell’equilibrio neurochimico.

Riconoscere la ludopatia come disturbo biologico e neurologico, oltre che psicologico, aiuta a superare lo stigma e a orientare interventi basati su terapie cognitivo-comportamentali, supporto farmacologico in casi selezionati e programmi di riduzione del danno.  Comprendere cosa accade nel cervello di chi gioca in modo problematico non giustifica il comportamento, ma rende più chiara la strada per uscirne: non basta “volere”, serve ricostruire, passo dopo passo, un sistema di ricompensa alternativo e più sano, fatto di relazioni, attività significative e nuove abitudini.

Attualmente l’ISS offre un canale di aiuto immediato per chi soffre di ludopatia attraverso il Telefono Verde Nazionale per le problematiche legate al gioco d’azzardo (800 558822), un servizio gratuito, anonimo e attivo su tutto il territorio nazionale. Sul sito dell’Istituto e sulla piattaforma usciredalgioco.iss.it sono inoltre disponibili informazioni sui centri di cura, materiali informativi e strumenti di orientamento per chi vuole interrompere.

 

Foto presa da Shutterstock: ID 2805581023

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