D.G.A. Tre lettere indicano che l’Italia ha un problema serio da risolvere. Dietro a quella sigla infatti non si cela soltanto un acronimo, ma una diagnosi: il Disturbo da Gioco d’Azzardo, comunemente e impropriamente noto come ludopatia.
Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e della Direzione Nazionale Antimafia, raccolti nel dossier Azzardomafie del 2025, sarebbero 1,5 milioni i giocatori patologici, mentre quelli a rischio moderato toccherebbero quota 1,4 milioni. In sintesi, quasi 3 milioni di italiani soffrirebbero di una dipendenza dal gioco. Che si tratti di video slot, scommesse sportive, giochi di carte o casinò virtuali, ma anche di più banali gratta e vinci, lotterie e bingo, non fa alcuna differenza. Uomini e donne, seppure con percentuali o tipologie di prodotto differenti, tentano la fortuna. Investono i loro risparmi o i loro guadagni in una trappola che prosciuga i loro conti, con conseguenze sociali e psicologiche a dir poco devastanti.
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Gioco d’azzardo: il volume di giocate supera le risorse del Fondo Sanitario Nazionale
Leggere le cifre è un po’ come ricevere uno schiaffo morale. Il volume di denaro gettato nel gioco d’azzardo ha raggiunto nel 2025 il record di 165,34 miliardi di euro. Numeri che rappresentano il 7,3% del PIL nazionale e che superano di 26,7 miliardi le risorse dell’intero Fondo Sanitario Nazionale. Gli italiani rinunciano alle cure, ma non disdegnano di provare l’ebbrezza di svoltare la propria esistenza con un colpo di fortuna. Mentre sfiorano la vincita, vengono risucchiati in una spirale senza fine. Più si avvicinano al sogno, più giocano e più perdono.
Negli ultimi anni, infatti, è stata registrata una escalation nel flusso di giocate. Se nel 2020 e nel 2021, due anni interessati dagli effetti negativi della pandemia, il monte di euro giocati aveva raggiunto rispettivamente quota 88,38 e 111,7 miliardi, nel 2022 si è saliti a 136 miliardi. Ogni anno, una nuova vetta. Il record del 2024, con 157,45 miliardi “donati” alle holding del settore, è stato subito sbriciolato ed aggiornato. La sensazione è che la crescita, trainata anche dal mercato online, non conosca battute d’arresto.
Se da una parte le grandi aziende del betting incassano quote sempre maggiori – la crescita dal 2024 al 2025 è stata del 5% – gli italiani diventano sempre più poveri. Le perdite nette negli ultimi due anni sono state di 15 e 21,88 miliardi di euro. Il rapporto di CGIL, Federconsumatori e Isscon rivela che, nel 2025, è come se ogni cittadino italiano maggiorenne avesse speso in media 3.284 euro per tentare la fortuna con slot, scommesse sportive, giochi di carte online, lotterie o roulette.
Gioco d’azzardo: un fenomeno che purtroppo interessa anche i minori
La questione assume un’altra prospettiva se si sposta il focus dai giocatori maggiorenni ai minori, che in teoria non dovrebbero accedere ad alcuna piattaforma e neppure entrare in una sala di scommesse. Ed invece, non è così. La propensione al gioco d’azzardo è diffusa anche tra chi non ha ancora compiuto i 18 anni di età.
Il rapporto ESPAD Italia (European School survey Project on Alcohol and other Drugs) del 2023 ha aggiornato in maniera ancor più negativa i dati contenuti nel documento redatto da ISS e ADM in merito al quadriennio 2016-2019. Nel 2023, il 58,7% degli studenti degli istituti secondari di secondo grado (15-19 anni) aveva giocato d’azzardo almeno una volta nella vita, con il 53% di loro che lo aveva fatto nei 12 mesi precedenti all’analisi.
L’allarme sociale scatta quando non si guarda solo la punta dell’iceberg. Sotto la superficie emersa si nascondono numeri ancora più complessi e difficili da comprendere, viste e considerate le leggi e le restrizioni presenti nel nostro ordinamento. Dal report ESPAD si evince che il 6,1% degli studenti avrebbe un comportamento a rischio, mentre nel 4,8% dei casi la predisposizione al gioco verrebbe classificata come problematica.
Porsi le domande giuste: perché le restrizioni non funzionano?
La domanda che le Istituzioni e i decision maker dovrebbero porsi è: ma stiamo facendo qualcosa di concreto per impedire che una generazione, tra le altre cose nativa digitale e avvezza ad utilizzare lo smartphone, cresca con l’illusione che l’unica forma di mobilità sociale e di ricchezza derivi dal gioco d’azzardo?
Le tutele introdotte dal famoso Decreto Dignità (Decreto legge del 12 luglio 2018, n° 87, convertito con modificazioni dalla Legge 9 agosto 2018, n° 96) hanno fallito, soprattutto se si guarda l’escalation delle giocate negli ultimi 5 anni e il numero di minori che presentano disturbi o comportamenti compulsivi.
Il divieto assoluto su ogni media di pubblicità diretta o indiretta relativa a giochi d’azzardo o scommesse, unito alla stretta sui siti secondari gestiti dalle holding o all’identificazione di siti web illegali, non ha arrestato la propensione degli italiani a tentare la sorte, né tantomeno ha tutelato le fasce più deboli.
A dire il vero, nel novembre di un anno fa, con l’entrata in vigore della Riforma del gioco d’azzardo online il legislatore ha provveduto a correggere il tiro, compiendo un’autentica stretta sulle concessioni (il costo per una concessione della durata di 9 anni sul gioco a distanza è salito a 7 milioni).
Tra i nuovi provvedimenti, spiccano l’introduzione di requisiti societari particolari (gli operatori devono avere almeno 2 anni di esperienza gestionale nel settore digitale, registrare un fatturato di almeno 3 milioni e, soprattutto, essere a tutti gli effetti delle società di capitali con sede nello spazio economico europeo), la regola di un solo sito per licenza, la registrazione dell’utente tramite SPID o Carta d’Identità Elettronica, il limite come tetto massimo di 100 euro settimanali per le ricariche effettuate in contanti nei punti vendita, la possibilità per il giocatore di autoescludersi dal giocare per un periodo che varia da 7 a 270 giorni e l’obbligo per gli operatori del settore betting di destinare lo 0,2% dei ricavi netti all’informazione e sensibilizzazione dei cittadini sul disturbo da gioco d’azzardo, oltre ad aliquote più pesanti sul ricavo lordo.
Il cinema rompe il silenzio sul dramma del gioco d’azzardo
Basteranno queste nuove misure? È ancora troppo presto per dirlo. Intanto, però, a rompere il silenzio su un dramma sociale che brucia soldi e distrugge relazioni ci pensa il cinema. All’83ª Mostra del Cinema di Venezia sono state proiettate pellicole che hanno ribadito la funzione sociale e pedagogica del grande schermo. Tra i cortometraggi sulla violenza di genere e sull’intelligenza artificiale e film che trattano tematiche di grande attualità, ne è stato proiettato anche uno sulla ludopatia.
Nel panel “Cinema e Terzo settore”, ospitato dall’Italian Pavilion all’interno dell’Hotel Excelsior, è stato presentato “All In”, il corto diretto da Adelmo Togliani che, grazie anche alle interpretazioni di Corrado Fortuna ed Elda Alvigini, ha acceso i fari sulla disgregazione dei rapporti tra padre e figlio dovuta alla dipendenza da gioco del primo e su come lo sport possa essere uno strumento di salvezza per il secondo, soprattutto in assenza di un’importante figura di riferimento all’interno della propria famiglia.
La storia, scritta da Gianni Quinto, è piena di emozioni e di significati. Offre una riflessione sulle statistiche precedentemente riportate, costringe lo spettatore ad interrogarsi sul fatto che una scommessa non sia soltanto un gioco e ribadisce come l’educazione offerta da un ambiente sportivo sano sia un antidoto alle devianze e alle dipendenze, tanto dal gioco d’azzardo quanto dal consumo di alcol o di sostanze stupefacenti.
Un film può fare politica meglio della politica.
Immagine di copertina: Foto di Leon-Pascal Jc su Unsplash





