INAPP: apprendistato di alta formazione per i giovani con disabilità tra i 18 e i 29 anni

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Disabilità

In Italia il mondo del lavoro per i giovani con disabilità è ancora pieno di ostacoli: “Quasi due terzi non lavorano e non studiano e rientrano in quella categoria definita con l’acronimo di NEET”, afferma la tecnologa di ricerca dell’INAPP, Lilli Carollo, durante la conferenza sul “Lavoro e persone con disabilità” presso il CNEL.

Un dato che accende i riflettori su un sistema che stenta a garantire pari opportunità, anche se la ricerca presentata dimostra chiaramente che un livello di istruzione più alto e completo migliora l’inserimento nel mercato del lavoro per tutto il corso della vita. Partendo da questa evidenza l’INAPP ha elaborato una proposta per costruire un sistema davvero inclusivo, al centro del quale c’è l’apprendistato di alta formazione come strumento chiave per accedere al mondo del lavoro.   

La proposta per i giovani con disabilità tra i 18 ai 29 anni

Durante il percorso della durata di 3 anni, il giovane con disabilità tra i 18 e i 29 anni acquisirà competenze, ottenendo un titolo riconosciuto (laurea, master, dottorato). Il giovane alternerà formazione e lavoro, percependo una retribuzione e riducendo costi aggiuntivi come trasporti e assistenza personale.  

Una proposta che potrà essere inserita nel PDV (Piano di vita, Art.18, D.Lgs. N. 62/2024) e nella rete integrata di supporto cercando di coniugare politiche attive del lavoro, dell’istruzione e della formazione. Un elemento cruciale del modello proposto è l’integrazione tra il Progetto di Vita (PdV) e il Piano Formativo Individuale (PFI). Se il PFI venisse costruito a partire dai contenuti del PdV, diventerebbe uno strumento davvero personalizzato. Inoltre, gli accomodamenti ragionevoli identificati nel PdV acquisirebbero forza vincolante nel PFI.   

È importante sottolineare la natura del PFI: si tratta di un documento bilaterale, stipulato tra l’istituzione formativa e il datore di lavoro. Questo significa che per costruire un PFI davvero personalizzato, è necessario che i contenuti del Progetto di Vita entrino in modo strutturato nella redazione di questo documento. Il referente del PdV, che opera all’intersezione tra i due strumenti insieme al Disability Manager, al tutor universitario e aziendale, potrebbe svolgere un ruolo chiave nella costruzione, nel monitoraggio e nella revisione del PFI. 

Tuttavia, c’è un punto critico: il rappresentante dell’Ateneo non fa parte dell’Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM). Questo crea una differenza strutturale, perché l’integrazione tra università e sistema della valutazione della disabilità è lasciata alla discrezionalità dei singoli territori e dipende da accordi informali, non da un obbligo di sistema. Accanto a questi strumenti c’è il Piano Individuale di Transizione (PIT), già sperimentato in numerosi Paesi europei e promosso dall’Agenzia Europea per i Bisogni Educativi Speciali.

Si redige indicativamente due o tre anni prima del termine dell’istruzione obbligatoria e pianifica un percorso graduale verso l’occupazione, prevedendo attività formative flessibili, periodi propedeutici al lavoro e accomodamenti ragionevoli. L’integrazione tra PdV, PFI e PIT potrebbe rappresentare la forma concreta di realizzazione di un Piano individuale di Transizione efficace. 

Le tre tipologie contrattuali dell’apprendistato, l’accomodamento ragionevole e le tre figure professionali di supporto

Il D.Lgs. 62/2024 (art. 17) definisce l’accomodamento ragionevole come l’insieme di misure necessarie, pertinenti e adeguate che non creano oneri sproporzionati per garantire la parità di trattamento alle persone con disabilità.  Quindi, aiuta tutti a partecipare alla vita lavorativa, formativa e sociale su un piano di uguaglianza. Questo accomodamento si adatta a tre ambiti principali, rendendo concreta l’inclusione: nel contesto lavorativo attraverso la formazione on-the-job accessibile con materiali adattati (ad esempio testi in braille o software vocali), tutor aziendale formato per guidare passo dopo passo e postazioni di lavoro personalizzate. Nel Piano Universitario, gli atenei offrono la possibilità di frequenza ai corsi adattandola alle esigenze del giovane con disabilità grazie anche ai materiali didattici accessibili, personalizzazione degli esami, co-tutela della tesi e un tutor accademico formato; e, infine, nel Piano Finanziario con finanziamenti specifici previsti dalla L. 68/99 (art. 14), Fondi INAIL e Budget di Progetto. Quest’ultimo è particolarmente rilevante perché aggrega risorse sanitarie, sociali e lavorative.

Il modello, inoltre, prevede tre figure professionali di supporto che lavorano in modo coordinato vicino al giovane con disabilità, rimanendo sempre il protagonista attivo del proprio percorso. Il Disability Manager ha un ruolo strategico: progetta, coordina e monitora il percorso, curando il raccordo con il collocamento mirato. Poi, il Tutor Universitario che verifica gli accomodamenti didattici, effettua orientamento ai corsi, ne valuta la compatibilità e fa da collegamento con i servizi di disabilità dell’Ateneo. Infine, Tutor Aziendale, il quale presidia il benessere del giovane in azienda, si raccorda con il datore di lavoro e con il Disability Manager.

Conclusioni e lacune principali

Il meccanismo proposto per integrare il Progetto di Vita e il Piano Formativo Individuale può rivelarsi efficace, solo a patto che si verifichino alcune condizioni imprescindibili. L’INAPP sottolinea come questi strumenti si completino a vicenda grazie a protocolli istituzionali solidi tra le Unità di Valutazione Multidimensionale (UVM), gli Atenei e i Centri per l’Impiego.

Inoltre, è essenziale l’attuazione concreta del Piano Individuale di Transizione, che funge da vera leva per l’accompagnamento personalizzato. Allo stesso modo, serve la piena operatività del Budget di Progetto come strumento di finanziamento mirato. A completare il quadro, figure professionali dedicate, come il Disability Manager, il tutor universitario e aziendale , che garantiscono la continuità tra i diversi sistemi, evitando vuoti e frammentazioni.

La lacuna principale rimane, però, l’assenza di disposizioni specifiche sull’inclusione delle persone con disabilità nelle tre tipologie contrattuali dell’apprendistato. Una lacuna che le linee guida nazionali per un apprendistato “inclusivo” dovrebbero colmare, attraverso la  definizione di standard minimi esigibili, sostenere l’integrazione tra PdV e PFI, chiarire i ruoli delle figure di supporto e costruire reti territoriali come attori costitutivi del sistema.

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