Parti in calo, culle vuote e mamme over 30: l’Italia fotografata dal Rapporto CeDAP 2025

Attualità

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Diventare madri nel nostro Paese è ormai una scelta che si concretizza ben oltre la soglia dei trent’anni, in un contesto demografico che continua a registrare record negativi sul fronte dei parti.  È quanto emerge con spietata chiarezza dal nuovo Rapporto CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto) 2025, curato e diffuso dal Ministero della Salute.

Il documento non si limita a certificare il cosiddetto “inverno demografico“, ma scatta una fotografia complessa e ricca di sfumature dell’evento nascita in Italia, evidenziando alcune luci, come la maggiore sicurezza ospedaliera e il calo dei parti cesarei, e molte ombre, prima fra tutte l’incolmabile divario territoriale che ancora spacca in due la Penisola.

L’inverno demografico: i numeri della crisi 

Nel 2025, i fiocchi azzurri e rosa appesi alle porte delle case italiane sono stati appena 353.240Se paragoniamo questa cifra a quella dell’anno precedente, quando si erano registrate 370.577 nascite, il divario appare evidente e le proiezioni diventano preoccupanti. Meno culle occupate significano un tasso di fecondità che si assottiglia sempre di più: oggi una donna italiana mette al mondo in media 1,14 figli

Un tonfo significativo se si guarda al dato di appena un decennio fa, quando l’indice si attestava a 1,35. Solo la componente straniera riesce, almeno in parte, a tamponare questa costante demografica: più di un parto su cinque (esattamente il 20,7%) riguarda infatti madri senza cittadinanza italiana.

Mamme sempre più tardi: l’attesa del momento giusto 

Il dato più emblematico del Rapporto riguarda l’età delle neo-mamme. L’Italia si conferma uno dei Paesi a livello europeo in cui si varca la soglia della sala parto con maggiore ritardo. Per stringere tra le braccia il primo figlio, le cittadine italiane attendono in media di aver compiuto i 32,5 anni, mentre l’età media generale al momento del parto sale a 33,4 anni

Si tratta di un vero e proprio primato continentale che riflette dinamiche sociali, economiche e lavorative ben note. La precarietà contrattuale, la difficoltà nel conciliare i ritmi di carriera con le esigenze familiari e la carenza di servizi di welfare spingono le coppie a rimandare il progetto genitoriale a un’età in cui, biologicamente, la finestra fertile inizia a chiudersi. Non è un caso che la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) giochi un ruolo sempre più centrale e imprescindibile: oggi quasi 5 gravidanze su 100 (il 4,6%) giungono a termine grazie all’ausilio delle tecniche di fecondazione assistita.

Il paradosso del bisturi: i cesarei calano, ma non ovunque 

Spostando l’attenzione sull’aspetto prettamente clinico e organizzativo, il Ministero della Salute monitora da sempre il ricorso al taglio cesareo. Il Rapporto 2025 porta finalmente qualche buona notizia: la percentuale di cesarei a livello nazionale è scesa al 29,8%. Un passo in avanti verso un’assistenza più naturale e meno invasiva, ma ancora lontano dai target ottimali di appropriatezza medica.

Ciò che colpisce maggiormente l’attenzione degli analisti è la forbice netta tra la sanità pubblica e quella privata. Mentre nei reparti maternità degli ospedali statali il cesareo viene praticato nel 28,4% dei casi, nelle cliniche private e nelle case di cura accreditate la percentuale schizza pericolosamente in alto, sfiorando la metà dei parti (44,9%). Un’anomalia statistica che solleva pesanti interrogativi sulle reali necessità mediche che si celano dietro la scelta del bisturi e sull’impatto delle dinamiche organizzative delle singole strutture private.

Un’Italia a due velocità: la mappa delle differenze regionali 

A rendere il quadro ancora più frammentato è la geografia dell’assistenza sanitaria. L’Italia descritta dal CeDAP si rivela una nazione a due velocità, in cui vivere a Milano, Napoli o Firenze cambia radicalmente le probabilità e le modalità del parto. Le differenze macroscopiche emergono prepotentemente proprio nell’analisi regionale dei cesarei.

La “maglia nera” spetta senza dubbio alla Campania, dove il tasso di parti chirurgici arriva all’incredibile cifra del 43,7%. A seguire, con numeri altrettanto severi, troviamo la Sicilia e la Sardegna (entrambe al 39,2%), il Lazio (37,3%) e la Calabria (34,8%). Numeri che stridono fortemente con quanto registrato in Toscana, regione in cui il ricorso all’intervento chirurgico si ferma appena al 16,2%.

Anche dal punto di vista della natalità il territorio appare fortemente disomogeneo: se in Trentino-Alto Adige si continua a registrare la propensione più alta a mettere al mondo figli, in Sardegna il tasso di fecondità tocca i minimi storici assoluti a livello nazionale.

Dove e come nascono i bambini: reti sicure e padri presenti 

Nonostante queste innegabili criticità sistemiche, il percorso nascita nel nostro Paese mostra indici di alta sicurezza e un progressivo miglioramento della rete ospedaliera. Nel 2025, la quasi totalità delle gestanti (il 91,3%) ha deciso di affidarsi a strutture pubbliche o equiparate.

Si registra altresì una razionalizzazione dei centri spinta dai parametri del DM 70/2015 e dalle linee guida nazionali: quasi il 60% delle nascite si concentra in grandi poli ospedalieri che superano i mille parti annui, considerati una vera e propria garanzia di maggiore esperienza e sicurezza nella gestione delle emergenze ostetriche e neonatali, anche in ottica di prevenzione del contenzioso medico-legale disciplinato dalla Legge Gelli-Bianco (l. 24/2017).

Tuttavia, resta uno zoccolo duro, pari a oltre il 10%, di parti che avviene in piccoli presidi con meno di 500 nascite all’anno, la soglia minima di sicurezza fissata dall’Accordo Stato-Regioni del 2010. Su questo punto, i decisori politici dovranno inevitabilmente intervenire per superare le forti difformità territoriali: se da un lato spetta allo Stato garantire l’uniformità dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), dall’altro la gestione concreta della rete ospedaliera è affidata all’autonomia delle Regioni, rendendo urgente un nuovo e rigoroso coordinamento istituzionale per assicurare standard di sicurezza omogenei in tutto il Paese.

Foto Copertina: Riconoscimento editoriale Shutterstock / ID Foto: 2315571799 / Autore: Andrey_Popov

 

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