La generazione invisibile: l’Italia dei Neet e degli Hikikomori racconta un Paese che rischia di perdere il suo futuro

Attualità

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Ci sono emergenze che fanno rumore e altre che avanzano nel silenzio. Quella del disagio giovanile appartiene alla seconda categoria. Mentre il dibattito pubblico si concentra sulle crisi economiche, sulle guerre e sulle emergenze politiche, un numero crescente di ragazzi smette semplicemente di partecipare alla vita del Paese. Non protestano. Non chiedono. Si ritirano. E questa, forse, è la forma di disagio più difficile da riconoscere. Li hanno etichettati in due categorie: Neet e Hikikomori. Quali sono le differenze?

L’Italia ha imparato a convivere con molte anomalie: con la denatalità, con la fuga dei cervelli, con il lavoro precario, con i salari che crescono meno dell’inflazione, ma ce n’è una che dovrebbe inquietare più di tutte, perché riguarda il presente e, soprattutto, il futuro: quella dei giovani che spariscono dalla vita sociale.

Non emigrano, non costruiscono imprese, non frequentano l’università, non imparano un mestiere, e in alcuni casi non escono nemmeno più dalla loro stanza.

Li abbiamo racchiusi dentro due parole che sembrano appartenere al linguaggio della sociologia: Neet e Hikikomori. Ma dietro queste etichette ci sono volti, famiglie, paure, occasioni perdute.

E soprattutto c’è un interrogativo che riguarda l’intero Paese: che cosa accade a una nazione quando una parte della sua generazione più giovane smette di credere di avere un posto nel mondo?

Emergenza Neet: l’Italia resta tra i Paesi più fragili d’Europa

I numeri, da soli, non spiegano mai tutto. Ma aiutano a capire la direzione. Nell’Unione Europea l’11% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione. L’Italia si colloca ben al di sopra di questa media, con il 13,3%. Può sembrare una differenza contenuta. Non lo è.

Perché dietro quel dato si nasconde una fragilità strutturale che il nostro Paese si porta dietro da anni e che nessuna stagione politica è riuscita davvero a invertire. Ancora più impressionante è il confronto con i Paesi Bassi, dove i Neet rappresentano appena il 5,3% dei giovani, meno della metà rispetto all’Italia. All’estremo opposto c’è la Romania, con il 19,2%, mentre alcune aree del Mezzogiorno italiano sembrano ormai avvicinarsi a quei livelli.

Il caso di Catania è emblematico. Qui il 35,4% degli under 29 non studia e non lavora, più di un ragazzo su tre. Una percentuale che racconta molto più di una difficoltà occupazionale. Racconta la progressiva erosione della fiducia.

Neet e Hikikomori, quali sono le differenze?

Non è un problema dei giovani. È un problema del Paese

Per troppo tempo abbiamo raccontato questa generazione attraverso stereotipi: sono pigri, sono viziati, non hanno voglia di sacrificarsi, preferiscono il telefono al lavoro.

Sono frasi che ritornano puntualmente in ogni discussione, ma basta osservare la realtà per capire quanto siano superficiali.

L’Italia è uno dei Paesi europei dove il passaggio dalla scuola al lavoro è più lento e incerto.

È uno dei Paesi in cui il destino professionale continua a dipendere, più che altrove, dal contesto familiare, dal territorio in cui si nasce e dalle opportunità economiche disponibili. È uno dei Paesi in cui il Sud continua a perdere migliaia di giovani ogni anno. Chi può parte. Chi non può resta.

E non sempre riesce a costruire un’alternativa. Il risultato è una generazione sospesa.

Non completamente esclusa, ma nemmeno realmente inclusa.

Gli Hikikomori: quando il ritiro diventa una forma di sopravvivenza

Dentro questo scenario cresce anche un altro fenomeno, ancora più silenzioso: gli Hikikomori, ragazzi che interrompono progressivamente ogni relazione con il mondo esterno.

All’inizio sembrano semplicemente più riservati, saltano qualche uscita, abbandonano uno sport, cominciano ad assentarsi da scuola, poi arriva il ritiro totale. La loro stanza diventa l’unico luogo percepito come sicuro.

Non è soltanto una questione di internet o di videogiochi, come spesso si racconta con superficialità. Quella è semmai la conseguenza.

La radice è più profonda: ansia sociale, paura del fallimento, pressione delle aspettative, bullismo, fragilità emotive, famiglie che faticano a comprendere ciò che sta accadendo, una società che continua a chiedere performance, successo e velocità, ma dedica sempre meno tempo all’ascolto.

La nuova povertà si chiama solitudine

Per decenni abbiamo identificato la povertà con la mancanza di reddito. Oggi esiste un’altra forma di esclusione: è quella relazionale.

Si può vivere in una casa piena di dispositivi tecnologici e sentirsi completamente soli. Si possono avere centinaia di contatti sui social senza avere una persona con cui confidare le proprie paure. La pandemia ha accelerato questa trasformazione, ma non l’ha generata. Ha semplicemente tolto il velo a un disagio che era già presente. L’Italia, però, continua ad affrontarlo quasi sempre dopo che il problema è esploso. Mai prima.

Neet e Hikikomori: la politica rincorre invece di prevenire

Ogni volta che un fatto di cronaca coinvolge adolescenti o giovani adulti, il dibattito pubblico si accende. Per qualche giorno si parla di disagio giovanile, poi l’attenzione si sposta altrove.

Nel frattempo migliaia di ragazzi continuano a sparire lentamente dai radar della scuola, del lavoro e della socialità. È qui che la politica mostra il suo limite più grande: interviene sull’emergenza, molto meno sulle cause. Eppure la risposta non può essere una singola misura, non basta incentivare le assunzioni, non basta introdurre un bonus.

Serve una strategia nazionale che tenga insieme scuola, università, imprese, servizi sociali, salute mentale, sport, cultura e politiche giovanili.

Serve investire sugli orientatori, sugli psicologi scolastici, sugli educatori di comunità, sui centri aggregativi, sulla formazione professionale, sull’apprendistato di qualità.

Ma serve soprattutto ricostruire un patto di fiducia tra istituzioni e nuove generazioni, perché nessun giovane sceglie deliberatamente di rinunciare al proprio futuro.

La domanda che dovrebbe guidare il Paese

L’Italia discute spesso di pensioni, di debito pubblico, di produttività. Temi importanti certo, ma c’è una domanda ancora più decisiva: che Paese saremo quando una parte crescente della nostra gioventù avrà smesso di immaginare il proprio domani?

Ogni Neet rappresenta un talento che rischia di non esprimersi. Ogni Hikikomori è una storia che si interrompe prima ancora di cominciare.

Ogni ragazzo che perde fiducia nel futuro è una sconfitta collettiva. Perché una democrazia non si misura soltanto dalla solidità delle sue istituzioni o dall’andamento del PIL, si misura anche dalla capacità di offrire ai propri giovani una ragione per restare, per partecipare, per costruire.

La vera emergenza italiana non è soltanto che troppi ragazzi non studiano o non lavorano, ma, per un numero crescente di loro, riguarda il loro futuro che non appare più una promessa, ma un luogo distante, quasi irraggiungibile.

E quando una generazione smette di credere nel futuro, il rischio è che sia il futuro stesso a smettere di credere in quel Paese.

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