Persona ristrutturante: realtà o utopia? Il parere degli esperti

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A partire dalla proposta di persona ristrutturante (clicca qui), si analizzano le posizioni espresse da psicologi, sociologi e antropologi in testi e ricerche recenti, per capire se questo modello sia considerato una prospettiva concreta o un’utopia inaccessibile.

Psicologia, tra autonomia e condizionamento: utopia complessa…

La psicologia non esclude la possibilità della persona ristrutturante, ma ne riconosce le difficoltà. Senza ambienti favorevoli, un’alfabetizzazione mediatica diffusa e competenze digitali, prevalgono barriere che ne compromettono la realizzazione: si pensi a conformismo, dipendenze sociali, limiti cognitivi, ideologie tecnocratiche e mancanza di formazione critica profonda.

In fatto di conformismo, esiste la teoria della “spirale del silenzio”, secondo cui gli individui sono timorosi di rimanere isolati dal resto del gruppo. Per questo motivo, preferiscono mantenere per sé opinioni che rischiano di non essere condivise. Sulla dipendenza, in particolare dall’ambiente, si fonda invece il “comportamentismo radicale”. Il contesto fa sì che l’individuo ne diventi dipendente perché viene plasmato attraverso rinforzi e punizioni.

Perciò non c’è spazio per l’agency – la capacità di agire e reagire criticamente allo scenario tecnologico. Sulla stessa scia si colloca la “deindividuazione”, tipica dei gruppi online, che mostra come conformismo e dipendenze sociali portino l’individuo a perdere il controllo della propria identità, cedendola all’inerzia del gruppo.

A proposito di ideologie tecnocratiche e mancanza di una formazione critica solida, possiamo dire che il deficit di spirito critico conduce ad una reazione inadeguata all’ideologia tecnocratica. Per questa ragione molti individui tendono ad evitare gli algoritmi perché avvertono una perdita di controllo oppure criticano l’uso smodato dei media perché lo ritengono responsabile di appiattimento dei sensi e riduzione della capacità di pensare a fondo.

In entrambi i casi, il rifiuto nasce però da premesse fallaci: manca una formazione critica capace di orientare correttamente percezioni legittime come la perdita di controllo o l’appiattimento cognitivo.

Un’altra ragione che giustifica quel “ma…” presente nel titolo sta proprio nella barriera dei limiti cognitivi. Alcuni pensatori hanno criticato l’equazione cervello=computer, alla base di molte tecnologie digitali e dell’AI, perché ignora l’esperienza umana. Su un binario simile viaggia la teoria della razionalità limitata (bounded rationality), secondo cui l’uomo ha una capacità decisionale limitata, per questo si adatta, servendosi di scorciatoie.

Si fonda in qualche maniera, su un limite non così diverso, anche la teoria del Thinking, Fast and Slow di Kahneman. Anche qui entra in gioco una scorciatoia mentale: il pensiero automatico, che non richiede riflessione e porta spesso a decisioni irrazionali o inconsapevoli. 

Chiariamo un aspetto: le barriere fin qui considerate sono eterogenee per natura. Trovano però un punto comune nel loro effetto finale: impediscono la costruzione di un’agency critica – in altre parole di un potere decisionale connesso all’utilizzo della tecnologia – condizione basilare per la persona ristrutturante.

Ora, quel “ma…”, quello spiraglio di ottimismo verso la possibilità di attuare quotidianamente l’atteggiamento della persona ristrutturante, può poggiare sulla considerazione che questi limiti cognitivi sono spesso autoimposti. Parliamo di spiraglio perché, pur sapendo che non esiste peggior nemico dell’auto-limitazione, accettarla e acquisirne consapevolezza è molto complicato. Certamente però prendere atto della fragilità di questi limiti può essere l’inizio di un percorso costruttivo: un cammino verso un uso libero e consapevole della tecnologia, dove l’individuo resti al comando.

…Ma non tutto è perduto!

In un mondo sempre più complesso, l’idea di una persona ristrutturante appare come un orizzonte teorico difficile da realizzare, ma non del tutto privo di fattibilità. Esistono infatti altre teorie della psicologia – accettate anche nella sociologia, nella pedagogia e negli studi culturali – che ne giustificano l’applicazione concreta.

Ad esempio la consapevolezza critica conferisce piena legittimità al concetto di persona ristrutturante perché rappresenta il primo fondamentale passo per conferire una diversa forma al contesto che condiziona. Insomma, grazie a questa consapevolezza l’individuo riconosce come pensa, e quando viene guidato o manipolato da automatismi esterni, quindi può modificare il proprio comportamento e intervenire criticamente sull’ambiente.

È evidente che quando si parla di ambiente, oggi, non si può prescindere dalla componente tecnologica che lo permea. Ed è proprio in questa cornice che si misura la vera posta in gioco.

La figura della persona ristrutturante non è solo un ideale da inseguire: è un’urgenza. In un tempo dominato dall’intelligenza artificiale e dalla pressione algoritmica, è l’unico antidoto per non cedere al ruolo di semplici esecutori.

Uno step fondamentale è isolarsi dal flusso incontrollato della tecnologia – si badi bene, non dalla tecnologia – con la volontà di usare i prodotti digitali con autocontrollo. In altre parole, con l’obiettivo di decidere autonomamente all’interno dell’ambiente mediale, che comprende ogni strumento tecnologico e digitale.

Dall’autolimitazione si passa all’autocontrollo: per compiere questo step evolutivo ciò che serve è la consapevolezza. L’uso dei social e della tecnologia alimentato dalla consapevolezza sta alla base della “self-efficacy”. 

Questa teoria descrive un’evoluzione fatta di piccoli passi: ognuno di essi ne alimenta un altro, innescando così un circolo virtuoso potenzialmente inarrestabile. Se ho la consapevolezza – ossia se ho una percezione positiva delle mie capacità – ho anche autocontrollo inteso come gestione attiva e critica del contesto. Consapevolezza e autocontrollo generano così agency e libertà decisionale in relazione all’uso della tecnologia, e così viene completamente ribaltata l’avversione verso gli algoritmi, che trova il suo cardine proprio nella sfiducia di mantenere il dominio.  

Anche un’altra teoria può essere intesa secondo la stessa prospettiva: questa è l’agency intenzionale. Così l’utilizzo dei social, quando è soggetto esclusivamente al proprio controllo, stimola benessere psicologico, maggiore soddisfazione e minori sintomi di depressione. La crescita psicologica rafforza lo spirito critico e riduce la dipendenza dai media, aprendo la strada alla persona ristrutturante: non oggetto passivo degli strumenti digitali, ma soggetto attivo che li usa con consapevolezza.

La ricerca basata sulla Self-Determination Theory (teoria dell’autodeterminazione) è forse quella che dà maggior forza alla persona ristrutturante. Gli psicologi Deci e Ryan hanno dimostrato che l’individuo può essere attivo e trasformare il contesto attraverso la soddisfazione dei suoi tre bisogni psicologici fondamentali: autonomia, competenza e relazionalità o appartenenza. 

Secondo questa ricerca, ognuno di noi non si adatta passivamente al contesto, ma lo personalizza e lo rilegge secondo i propri valori. Si sente competente, cerca nuove sfide, influenza il contesto con le proprie capacità e ne ricava successo che, a sua volta, alimenta motivazione. Anche le relazioni non sono semplicemente subite: sono spazi in cui l’individuo costruisce significati, ridefinisce appartenenze e partecipa attivamente alla trasformazione sociale.

Uno sguardo sociologico e antropologico sulla persona ristrutturante

Ma l’individuo, per quanto consapevole, non vive nel vuoto: è immerso in contesti culturali, strutture sociali e meccanismi collettivi. Ecco perché è necessario guardare anche a ciò che sociologia e antropologia hanno da dire su questa ipotesi della persona ristrutturante. Come nella psicologia, si osserva un confronto tra chi vede l’individuo travolto da strutture troppo forti per essere ristrutturate, e chi invece ne riconosce margini di manovra più ampi.

Tra le posizioni contrarie c’è chi ha descritto un mondo dove identità e riferimenti sono costantemente instabili, come Zygmunt Bauman con la teoria della modernità liquida: difficile, in questo contesto, dare continuità a un progetto personale di ristrutturazione. Qualcuno ha sostenuto che, nella società moderna, i segni hanno sostituito la realtà – Jean Baudrillard e la “società del simulacro” – perciò l’individuo è immerso in una rappresentazione continua, privo di veri strumenti critici per agire autonomamente.

La responsabilità della mancanza di spirito critico viene attribuita anche ai media di massa, che propongono un modello di cultura dominante e producono coscienze omologate: questa è la posizione di Theodor W. Adorno e della Scuola di Francoforte. Anche Erving Goffman si è mostrato critico rispetto all’autonomia individuale: parla infatti di identità come performance perché l’individuo si adegua costantemente alle aspettative sociali, più che rispondere ad una volontà personale.

Infine, ancora sul versante antropologico, le strutture culturali preesistenti determinano le categorie di pensiero e di azione, rendendo solo apparente la libertà dell’individuo: questa è la visione di Claude Lévi-Strauss.

Tuttavia, l’individuo comune può cambiare le pratiche quotidiane imposte dai sistemi dominanti. Con la sua “arte del fare”, Michel De Certeau mostra infatti come si possa agire dall’interno, ritagliandosi spazi di autonomia anche in ambienti condizionanti.

C’è chi rifiuta l’idea di un pubblico passivo e ritiene che i destinatari dei media interpretino e rielaborino i messaggi secondo il proprio vissuto, in chiave culturale e locale: stiamo parlando di John B. Thompson, David Morley – che parla di polifonia della ricezione – o Clifford Geertz, con la sua antropologia simbolica, secondo cui l’uomo è un interprete di simboli. D’altra parte, come teorizzato da Victor Turner, l’individuo ha la potenzialità di sospendere i ruoli sociali e ristrutturare la propria identità, attraverso la pratica dei riti di passaggio.

In tutte queste visioni emerge un presupposto comune: anche all’interno di sistemi culturali dominanti, l’individuo conserva margini di libertà interpretativa e possibilità di trasformazione. È proprio in questo spazio, fatto di riletture personali, che la persona ristrutturante può trovare un terreno d’azione.

Persona ristrutturante, si può fare!

Lo disse Gene Wilder nel celebre film Frankenstein Junior in cui, nei panni dello scienziato Frederick, ritrattò le sue idee e decise di dare vita alla creatura. Quanto alla persona ristrutturante, invece, abbiamo provato a capire se le teorie di illustri esperti in psicologia, sociologia e antropologia possano costituire una base affinché quest’idea non sia soltanto la fantasia di un giovane che sta preparando la propria tesi di laurea magistrale. 

Per quanto le posizioni siano contrastanti, il mondo di oggi cresce ad un ritmo senza precedenti, complice lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. È perciò vitale individuare una soluzione, per non soccombere all’era dell’algoritmo, ma per attraversarla con spirito critico e autonomia. Tra le tante possibili, una ve l’ha presentata il sottoscritto: non sarà l’unica risposta, ma può essere un inizio.

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