Storyline #3 – 20minuti per la fine del mondo: il ritorno di Kathryn Bigelow con A House of Dynamite

La regista Kathryn Ann Bigelow, vincitrice dell’Oscar nel 2010 per The Hurt Locker, torna sul grande e piccolo schermo con il suo nuovo film A House of Dynamite.

Non è la prima volta che Bigelow affronta il tema della guerra: già con The Hurt Locker e Zero Dark Thirty aveva esplorato da vicino le dinamiche interne dell’esercito americano e la complessità morale dei conflitti contemporanei.

Ma se in quei film la regista ci portava dentro il fronte, immersi nella polvere, nell’adrenalina e nella tensione del combattimento, questa volta lo sguardo si sposta fuori dal campo di battaglia.

A House of Dynamite indaga le paure del nostro tempo, quelle che si insinuano nella quotidianità e che non esplodono mai del tutto, ma restano sospese, pronte a deflagrare. Paure che non appartengono solo al presente: ritornano ciclicamente, come le lancette di un orologio che continua a segnare gli stessi momenti di crisi. È la stessa paura che aveva attraversato il mondo durante la Guerra Fredda, la paura della distruzione, dell’invisibile, del nemico lontano ma sempre presente.

E come spesso accade, è il cinema a farsi specchio e amplificatore di queste ansie collettive: uno strumento potente e diretto con cui la cultura umana mette in scena le proprie fragilità, traducendo l’inquietudine storica in immagini e suoni.

Così come Stanley Kubrick, nel 1964, nel suo geniale Il dottor Stranamore mostrava in chiave tragicomica l’assurdità della guerra nucleare, o come più recentemente Christopher Nolan con Oppenheimer ha indagato l’origine dell’arma atomica e le paure etiche e morali che ne derivano, anche Bigelow con A House of Dynamite invita a riflettere sulla tensione costante tra sicurezza e distruzione, tra controllo e vulnerabilità.

Bigelow e uno stile narrativo, carico di tensione, che ricorda Sergio Leone

Il film alterna una serie di prospettive vissute da diversi personaggi nell’arco di venti minuti. Questi venti minuti diventano il catalizzatore della storia che Bigelow vuole raccontare: un tempo concentrato e denso, in cui ogni gesto e ogni parola acquistano un peso specifico. A House of Dynamite non punta sull’azione, ma sulla sospensione. Non vediamo mai la violenza del conflitto: ne percepiamo la paura, l’ansia, la tensione crescente, ma non il sangue.

Questo modo di raccontare ricorda, per certi versi, la gestione della violenza nei film di Sergio Leone: lunghe sequenze cariche di tensione, dove lo scontro vero e proprio dura solo pochi secondi.

In parte, e per ragioni operative, la guerra nucleare rappresentata, e anche quella reale, è proprio così: un conflitto dominato dall’attesa, dalla minaccia, dalla possibilità della distruzione più che dalla distruzione stessa.

Questo clima di tensione si arricchisce di nuovi significati quando il film introduce molte delle questioni centrali della nostra società: l’incomunicabilità, la dicotomia tra dovere e istinto e la fiducia, spesso cieca, nella tecnologia.

Il montaggio alternato e la costante ricerca della sospensione da parte della regia amplificano questa distanza tra i personaggi: un silenzio denso, fatto di gesti trattenuti, di parole non dette, di ordini che rimbalzano da un monitor all’altro.

Un ulteriore elemento di inquietudine nasce dalla macchina burocratica che, fin dall’inizio del film, si mette in moto con apparente efficienza.

Comunicando su diversi piani di segretezza e competenza, il sistema si rivela presto fragile, quasi scricchiolante sotto il peso del tecnicismo e della mancanza di empatia. Questa assenza di empatia non riguarda solo i singoli individui, ma si estende anche alle relazioni tra le nazioni.

Con un taglio quasi documentaristico, Bigelow mette in scena brevi ma intense sedute diplomatiche, in cui i rappresentanti dei vari Paesi cercano di coordinarsi per evitare una catena di autodistruzione nucleare.

Ciò che in apparenza dovrebbe essere semplice, comunicare, collaborare e mantenere la calma, si rivela invece estremamente complicato, soffocato da protocolli, sospetti e interessi divergenti.

Bigelow ci mostra come una struttura nata per garantire controllo e sicurezza finisca per generare ulteriore paura e come, dietro un ordine solo apparente, si nasconda sempre il rischio del collasso.

I dilemmi di A House of Dynamite

Un altro aspetto che il film analizza è il modo in cui i personaggi mutano con il trascorrere dei minuti. Il conflitto tra dovere e sfera personale diventa centrale: alcuni sono costretti a scegliere se mantenere la propria posizione o abbandonarla per salvare se stessi e i propri cari.

È in questo dilemma che A House of Dynamite svela la sua dimensione più umana, mostrando come la paura metta in crisi anche i principi più solidi. Questo contrasto si riflette anche nel nostro rapporto con la tecnologia. Ci siamo abituati a delegare ai dispositivi tecnologici il controllo e l’analisi della realtà, affidando loro la nostra sicurezza. Ma quando questi sistemi falliscono, rivelano la loro vera natura: da strumenti di protezione si trasformano in generatori di paura.

Nel film, questo passaggio è evidente: all’inizio la minaccia viene sottovalutata, percepita come un errore di sistema; col passare dei minuti, però, quella possibilità si concretizza, diventando reale, tangibile, distruttiva. C’è poi un elemento ancora più inquietante: nonostante l’enorme potenza tecnologica, i personaggi non hanno mai la certezza che la minaccia sia autentica o frutto di un errore.

La tensione nasce proprio da questa ambiguità, la stessa che pesa sulle decisioni di figure di potere come il Presidente degli Stati Uniti, chiamato a scegliere se scatenare o meno il proprio arsenale nucleare.

Alla fine A House of Dynamite ci mette di fronte al suo nodo più profondo: la contrapposizione tra una tecnologia avanzata e apparentemente infallibile e l’essere umano, fragile, emotivo, irrimediabilmente imperfetto.

Dalla guerra nucleare alla riflessione sulla paura

Un ultimo elemento del film, che può facilmente sfuggire allo spettatore, è l’assenza di un nemico esplicito. Diversamente dai film di guerra tradizionali, in A House of Dynamite non sappiamo chi sia l’autore dell’attacco. Come i personaggi, anche noi restiamo sospesi nell’incertezza, senza riuscire a individuare un colpevole preciso.

Questo dettaglio, apparentemente secondario, diventa in realtà fondamentale: la guerra nucleare, suggerisce Bigelow, riguarda tutti. Colpisce tanto chi attacca quanto chi subisce, annullando la distinzione tra nemico e innocente.

Nel corso del film i personaggi discutono su chi possa aver scatenato la minaccia, ma presto la domanda perde importanza. Ciò che resta davvero è l’urgenza di decidere come reagire. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, i protagonisti, come lo spettatore, si scoprono impotenti, intrappolati in un’attesa che non lascia via di fuga.

Con A House of Dynamite, Kathryn Bigelow realizza un’opera che va oltre il genere, trasformando la tensione nucleare in una riflessione universale sulla paura, sul controllo e sulla fragilità dell’essere umano. L’assenza di un nemico definito, la sospensione del tempo e l’uso calibrato del silenzio costruiscono un racconto che parla al presente, pur affondando le radici nel passato.

In un’epoca dominata da algoritmi, intelligenze artificiali e sistemi automatizzati, il film diventa una parabola sulla fiducia cieca nella tecnologia e sulla nostra incapacità di gestire l’imprevisto.

Bigelow ci ricorda che, dietro ogni macchina perfetta, resta sempre l’uomo, e che la minaccia più grande non è quella che arriva dall’esterno, ma quella che nasce dentro di noi.

 

Testo a cura di Filippo Buselli, Volontario SCU OPES Piemonte

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