Attenta a quello che accade intorno a lei e più in generale nel mondo. Sensibile, altruista e piena di umanità e positività. Attiva dal punto di vista sociale e culturale. Dinamica, per via di una innata e spiccata attitudine nel non aspettare treni: lei preferisce costruirsi opportunità e plasmare il suo futuro, lavorando alacremente giorno dopo giorno. Alice Pescarollo ha tutte le caratteristiche per rappresentare la Gen Z. A differenza dei suoi coetanei nativi digitali, però, non fissa lo schermo di uno smartphone. I suoi occhi azzurri sono vispi, catturano informazioni, fissano dettagli, scrutano l’orizzonte, ma soprattutto brillano quando parla di arte, in modo particolare di letteratura e poesia, e pure di rigidi schemi matematici.
L’interesse per i numeri l’ha condotta ad iscriversi a ingegneria biomedica, anche se nella sua vita uno spazio importante lo occupa la scrittura. Nel 2024, prima ancora di compiere la maggiore età, ha esordito con la sua prima fatica letteraria: il romanzo “6957. Germogli sotto la neve”. Oggi, con un racconto pubblicato nel 2025 e un altro romanzo in dirittura d’arrivo, si ritrova a presiedere la giuria del Premio Federico Barbarossa. Insieme ad altri suoi esimi colleghi, sarà chiamata a valutare poesie, versi in vernacolo, racconti, fotografie a tema libero, scatti ritraenti momenti di sport e testi di canzoni.
Risorse.news l’ha incontrata per parlare di arti espressive e del delicato ruolo che dovrà ricoprire il prossimo 19 settembre, ma anche per esplorare il rapporto tra Generazione Zeta e poesia, oltre alla presenza ingombrante della tecnologia in un concorso del genere. Ogni riferimento a forme di intelligenza artificiale è puramente casuale.

Indice articolo
L’intervista di risorse.news ad Alice Pescarollo
Il Premio Federico Barbarossa, le novità e i temi affrontati dagli autori
Manca pochissimo alla seconda edizione del Premio Federico Barbarossa: il 19 settembre ci sarà la proclamazione. In questa delicata fase di valutazione, in veste di presidente della giuria, le chiedo: cosa vi ha lasciato in eredità la prima edizione? Da quali emozioni e contenuti ripartite quest’anno, considerando che il bando ha abbracciato nuove forme espressive?
Alice Pescarollo: «La prima edizione si è svolta sempre a Medicina, incastonata all’interno della suggestiva rievocazione storica di Federico Barbarossa. Abbiamo scoperto autori di altissimo livello. Ricordo in particolare la vincitrice della sezione racconti, che ha ottenuto il punteggio massimo da tutti i giurati con un testo sull’Alzheimer: un’opera talmente toccante che ancora oggi, a volte, sento il bisogno di rileggere per riprovare quelle emozioni. A differenza dello scorso anno, quest’anno, al Premio Federico Barbarossa, abbiamo rinnovato le categorie. Oltre al racconto breve e alla poesia, abbiamo introdotto la poesia in vernacolo, ricevendo opere da tutta Italia, dal Trentino fino a Santa Maria di Leuca. Inoltre, abbiamo aperto ai testi delle canzoni e alla fotografia sportiva. È un arricchimento importante per il premio».
C’è un fil rouge, un filo conduttore tematico tra le opere della prima e della seconda edizione? Quali argomenti sociali o di attualità emergono maggiormente dagli scritti dei partecipanti?
Alice Pescarollo: «Sì, c’è un tema centrale che unisce entrambe le edizioni: la guerra. Soprattutto nelle poesie vengono affrontati i drammi dei conflitti attuali, da Gaza all’Ucraina. Le tematiche sociali sono molto sentite e lo vediamo anche nella nuova sezione fotografica, dove sono arrivati bellissimi scatti che ritraggono le gesta e l’espressività corporea di atleti olimpici e paralimpici. Naturalmente, la poesia resta legata anche alla tradizione letteraria italiana, con una forte presenza di descrizioni paesaggistiche e naturalistiche. Tuttavia, l’attenzione ai temi socio-politici è rimasta costante, e quest’anno direi che è addirittura raddoppiata».
Da presidente di giuria, ma anche a livello personale, cosa si aspetta da questa seconda edizione?
Alice Pescarollo: «Considerando la mole di testi ricevuti, mi aspetto di rivivere l’intensità emotiva dello scorso anno. Affacciarmi alla poesia dialettale è stato un viaggio meraviglioso. Vedere come la lingua riesca a farsi universale, pur mutando da regione a regione, è davvero emozionante. Spero di trovare racconti e poesie capaci di scuotermi nel profondo dell’anima. L’Italia è ancora un Paese pieno di poeti. È stato persino difficile assegnare i voti, perché quando valuti in centesimi, la differenza tra un 89 e un 90 è sottilissima, ma il livello è davvero molto alto».

A proposito di “Paese di poeti”, riusciamo a tracciare un identikit di chi partecipa al concorso? C’è un equilibrio tra uomini e donne, e qual è l’età media?
Alice Pescarollo: «Nella prima edizione, abbiamo riscontrato una quasi assoluta parità di genere, forse con una leggerissima maggioranza femminile. L’età media si aggira sui 45-50 anni, ma la cosa più bella è la provenienza geografica: abbiamo tantissimi partecipanti dal Veneto, dalla Puglia, dalla Sicilia e dalla Lombardia. C’è una vera e propria identità poetica diffusa su tutto il territorio nazionale. Se proprio dovessi fare una media statistica, il partecipante tipo potrebbe essere una donna intorno ai quarant’anni».
L’età media che cita indica che anche i giovani rispondono con entusiasmo alla chiamata del Premio. Di cosa scrivono i ragazzi? E come valuta il loro stile, in un’epoca in cui si teme che la comunicazione digitale e i social abbiano impoverito e inaridito la scrittura?
Alice Pescarollo: «Quest’anno abbiamo avuto tantissimi giovani e la cosa ci ha riempito di gioia. Forse, interfacciarsi con una presidente di giuria loro coetanea li ha incoraggiati a mettersi in gioco. I testi dei giovanissimi hanno superato ogni nostra aspettativa: sfatano il mito secondo cui le nuove generazioni mancherebbero di animo poetico. Parlo anche per esperienza personale, essendo una giovane autrice con un libro pubblicato e un altro in stesura: la scrittura resta un rifugio e una passione per molti ragazzi. Non c’è uno stile omogeneo o impoverito. Anzi, il livello qualitativo e formale delle loro opere è decisamente elevato».
Quest’anno il bando si è aperto a nuovi linguaggi artistici. Come vede, ad esempio, la categoria dedicata ai testi delle canzoni? Si avvicina più a una poesia o a un racconto? E cosa si aspetta dalla fotografia sportiva?
Alice Pescarollo: «Il testo di una canzone è, a mio avviso, l’esatta sintesi tra racconto e poesia. Al primo impatto può sembrare una lunga poesia, ma in realtà cela sempre una struttura narrativa, una storia da raccontare. È questo che rende la categoria così speciale. Per quanto riguarda la fotografia sportiva, mi piace paragonarla alle statue dell’antica Grecia. Era una categoria che desideravo fortemente inserire e ci ha regalato opere straordinarie».

Oggi l’Intelligenza Artificiale permea molti settori creativi, sollevando problemi etici. Avete ricevuto opere generate dall’IA? E come vede, da ingegnere e scrittrice, il rapporto tra uomo e macchina?
Alice Pescarollo: «È curioso, perché il rapporto tra l’uomo, la macchina e l’Intelligenza Artificiale è proprio uno dei temi letterari più affrontati dai concorrenti quest’anno. Studiando ingegneria, non posso essere contraria alla tecnologia, ma vedo l’IA come uno strumento che deve supportare l’essere umano, mai sostituirlo. Come giuria, cerchiamo di valutare ogni opera con massimo rigore e spirito critico, sperando di non essere ingannati. Abbiamo avuto il dubbio su alcuni testi, ma siamo sicuri di non aver mai premiato una macchina. Personalmente non uso l’IA per scrivere né per fare ricerca storica: per il mio secondo libro ho preferito scaricare e studiare intere tesi di laurea per restare fedele alla realtà. Più che temere l’IA, credo serva un’educazione al suo utilizzo, per capire cosa sia etico e cosa no».
Infine, guardando oltre il 19 settembre. Qual è la visione futura per il Premio Federico Barbarossa e per l’associazione culturale Poiesis – Alchimia delle Parole che lo promuove?
Alice Pescarollo: «L’obiettivo cardine del Premio Federico Barbarossa e dell’associazione è fondere la cultura e l’arte con la tradizione della città di Medicina che lo ospita. Vogliamo ricordare figure storiche come il Barbarossa, ma allo stesso tempo dare voce ai nuovi talenti emergenti. Siamo partiti con due o tre sezioni, oggi ci siamo espansi ricevendo opere anche a livello internazionale. Ma non ci fermiamo qui: come associazione organizziamo anche il Premio Matilde Di Canossa a Casalecchio di Reno e il Premio Caterina Sforza a Imola. Lavoriamo duramente per crescere, con la speranza di aprire nuovi concorsi, nuove sedi e continuare a promuovere la cultura italiana».







