Dall’Emilia-Romagna alle Regioni ancora ferme a modelli burocratici tradizionali: l’amministrazione condivisa tra pubblica amministrazione e Terzo settore disegna un’Italia a due velocità. Dove esistono regole chiare, formazione e coprogettazione, nascono comunità più forti e servizi più efficaci. Dove manca una visione politica, il welfare resta fragile e il volontariato combatte da solo.
L’Italia dell’amministrazione condivisa corre a velocità diverse. Ci sono Regioni che stanno trasformando il rapporto tra pubblica amministrazione ed enti del Terzo settore in una vera alleanza strategica per rispondere ai bisogni delle comunità. E ce ne sono altre dove la collaborazione resta ancora frammentata, episodica, affidata alla buona volontà dei singoli amministratori o delle associazioni più strutturate.
Eppure il principio è ormai chiaro e sancito anche dal Codice del Terzo settore: la cura del bene comune non può più essere demandata esclusivamente alla macchina pubblica. La co-programmazione, la co-progettazione e le convenzioni previste dall’articolo 55 rappresentano un cambio culturale prima ancora che amministrativo. Non più enti chiamati semplicemente a “eseguire servizi”, ma soggetti che partecipano alla costruzione delle politiche pubbliche.
In questo scenario, le differenze territoriali stanno diventando sempre più evidenti.
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Amministrazione condivisa: il laboratorio Emilia-Romagna
L’Emilia-Romagna, oggi, appare come uno dei laboratori più avanzati del Paese. La Regione ha recentemente approvato linee guida organiche sull’amministrazione condivisa, costruite insieme al Forum del Terzo settore, ai Csv e agli enti locali. Non soltanto regole procedurali, ma strumenti concreti: modelli operativi, formazione permanente, accompagnamento ai piccoli Comuni, monitoraggio delle esperienze territoriali.
Il messaggio politico e culturale è forte: la collaborazione tra pubblico e Terzo settore non viene considerata un’eccezione o una scorciatoia, ma una modalità ordinaria di governo delle comunità. Un cambio di paradigma che punta a superare l’idea di una pubblica amministrazione chiusa nei propri confini burocratici per aprirsi alla partecipazione civica e sociale.
Accanto all’Emilia-Romagna, anche Toscana, Umbria e Piemonte stanno consolidando impianti normativi capaci di riconoscere un ruolo strutturale agli enti del Terzo settore. In queste realtà si registra una maggiore maturità istituzionale: esistono tavoli permanenti, strumenti regolamentari, percorsi di coprogettazione più diffusi e una visione politica che considera il volontariato e l’associazionismo non come semplici destinatari di bandi, ma come infrastrutture sociali indispensabili.
Nel Mezzogiorno manca una regia regionale
Al contrario, in altre aree del Paese il quadro appare ancora fragile. Alcune Regioni hanno recepito solo parzialmente i principi dell’amministrazione condivisa, mentre in molti territori del Mezzogiorno la coprogettazione resta spesso confinata a singole esperienze virtuose, senza una regia regionale forte e senza un reale investimento in competenze amministrative.
Il risultato è che il diritto alla partecipazione civica rischia di dipendere dal CAP di residenza.
Eppure proprio le aree più fragili avrebbero bisogno di un Terzo settore forte, coinvolto e riconosciuto. Nei piccoli comuni dell’entroterra, nei quartieri marginali delle periferie urbane, nelle aree segnate dallo spopolamento o dalla povertà educativa, associazioni, cooperative sociali e reti civiche rappresentano spesso l’ultimo presidio umano prima dell’abbandono istituzionale.
Quando manca una visione condivisa, però, tutto si complica: gli enti locali temono errori procedurali, gli uffici sono sottodimensionati, le associazioni si scontrano con avvisi pubblici poco chiari o con pratiche burocratiche sproporzionate. E così l’amministrazione condivisa rischia di restare soltanto una bella espressione giuridica.
Non è un caso che le Regioni più avanzate stiano investendo soprattutto nella formazione e nell’accompagnamento tecnico. Perché coprogettare richiede competenze nuove: capacità di ascolto, costruzione di reti, fiducia reciproca, condivisione delle responsabilità. Non basta pubblicare un avviso per creare collaborazione autentica.
Amministrazione condivisa non solo per il welfare
Il tema, inoltre, non riguarda soltanto il welfare. L’amministrazione condivisa può diventare uno strumento decisivo anche per la rigenerazione urbana, la cultura, l’ambiente, lo sport sociale, la gestione dei beni comuni, la valorizzazione dei borghi e delle aree interne. In molti territori italiani il Terzo settore è già il tessuto connettivo che tiene insieme comunità sempre più fragili e disorientate.
Ed è forse proprio qui il punto centrale.
L’amministrazione condivisa non è semplicemente una tecnica amministrativa. È una visione di società. Significa riconoscere che il bene comune non si costruisce dall’alto, ma insieme. Significa capire che lo Stato, da solo, non basta; ma che senza istituzioni forti e aperte alla partecipazione, anche il Terzo settore rischia di restare isolato.
Le differenze regionali raccontano quindi due Italie molto diverse: una che ha compreso che la collaborazione civica è una leva strategica per il futuro; un’altra che continua a muoversi dentro schemi burocratici novecenteschi, incapaci di valorizzare le energie sociali presenti nei territori.
Eppure, in un Paese attraversato da crisi demografiche, disuguaglianze crescenti e nuove fragilità sociali, la sfida dell’amministrazione condivisa potrebbe rappresentare una delle più grandi occasioni di rinascita democratica e comunitaria degli ultimi anni.
Perché quando istituzioni e cittadini smettono di guardarsi con diffidenza e iniziano a costruire insieme, non nasce soltanto un servizio migliore. Nasce una comunità più forte.




