C’è una generazione che spesso resta fuori dal racconto pubblico, eppure guida una parte decisiva dei consumi, della ricchezza e perfino delle abitudini digitali del Paese: è quella degli over 50/55. La Silver age rappresenta una fascia ampia e diversificata, sempre più centrale nell’economia italiana.
In Italia, quasi il 70% della spesa è nelle mani degli over 50 e allo stesso tempo la ricchezza privata e il potere d’acquisto restano fortemente concentrati in questa area anagrafica. È un dato che cambia il punto di vista: il mercato della Silver age non è una nicchia, ma uno dei pilastri dell’economia contemporanea.
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La Silver age: un errore di sguardo
Il primo equivoco e pregiudizio da superare è l’idea che gli over 55 sono tutti uguali e che rispecchiano gli over 50 di un tempo. Bisogna superare il concetto tradizionale di vecchiaia che è rigidamente ancorato all’età cronologica. In realtà, sono del tutto diversi rispetto al passato e questa fascia comprende persone in fasi di vita diverse.
Secondo alcuni studi (Silvereconomy Forum), infatti, la Silver age è soltanto il macrogruppo (e dai 50 ai 64 anni vengono definiti Pre-Silver), all’interno ci sono quattro suddivisioni: i “giovani anziani” (64 e i 74 anni), anziani (75-84 anni), “grandi vecchi” (85-99 anni) e centenari. Si tratta di persone appena andate in pensione, di persone che continuano a lavorare, che viaggiano, che investono o vivono nuove relazioni. In tutto questo, c’è il tema dell’uso digitale che per molti di loro avviene con naturalezza.
Molti 55-60enni si percepiscono 10 o 15 anni più giovani e vivono questa fase come un tempo di rivalsa, di cambiamento e di progettualità, non di rinuncia. Non guardano soltanto al passato, ma costruiscono nuove abitudini, nuove reti e nuovi consumi: in poche parole si sentono più liberi di trascorrere la loro vita.
La Silver age rappresenta quasi il 70% della spesa
Il peso economico di questa generazione è enorme. Gli over 50 controllano una quota rilevante della spesa nazionale e rappresentano una leva strategica per brand, servizi e distribuzione. Ignorarli e sottovalutarli vuol dire rinunciare a un pubblico che acquista, confronta, valuta e decide con attenzione.
C’è anche un dato importante dal punto di vista della comunicazione: una persona su cinque smette di comprare da un brand quando non si sente rappresentata. Per questo la rappresentazione non è un tema estetico, ma commerciale. Parlare agli over 55 con stereotipi significa allontanarli.
Con la Silver age che è la generazione che possiede il 67,7% della spesa totale (secondo Rome business school), i brand dovrebbero puntare su contenuti credibili, realistici e utili. Niente toni assistenziali, niente narrazioni caricaturali, niente promessa di giovinezza eterna. Serve invece un linguaggio concreto, autorevole e rispettoso.
Conta anche il presidio digitale: il racconto di un brand oggi si costruisce online, nei contenuti, nelle piattaforme e perfino nei materiali che alimentano i sistemi di intelligenza artificiale. Questa generazione rappresenta il futuro del mercato da non sottovalutare.
I social media e la Silver age: non definiamoli boomer
Il ritratto più frequente della Silver age continua a essere quello della fragilità: capelli bianchi, sorrisi rassicuranti, ambienti domestici, medicinali sul tavolo, posture da “età avanzata”. Anche l’intelligenza artificiale tende a riprodurre questi cliché, amplificando un immaginario non veritiero e spesso limitante.
Tuttavia la realtà è diversa. Gli over 55 non sono solo nonni, pensionati o figure da tutelare: sono persone attive, curiose, autonome, spesso ancora professionalmente presenti e sempre più libere di scegliere come vivere il proprio tempo. È qui che la comunicazione e la rappresentazione deve cambiare passo.
Sul piano digitale, la Silver generation è molto più presente di quanto si creda. Si registra un uso diffuso dei social media: in particolare, una forte presenza su YouTube (15M di utenti, secondo i dati di Accenture) e Facebook (9,86M di persone; dati di Accenture) per i contenuti lunghi e un interesse crescente per TikTok (secondo uno studio di Kolsquare), che non è più solo territorio giovanile.
Secondo un report della multinazionale nel settore dei servizi digital, sono saliti a 4,51M gli utenti della Silver age sull’app cinese e inoltre, esistono i Granfluencer e le nonne di TikTok che raccontano la loro vita, smontando certi modelli che non li rappresentano. WhatsApp resta invece uno degli strumenti più trasversali e quotidiani, grazie alla sua immediatezza e alla facilità d’uso.
Non si tratta però di un uso passivo, a differenza della Gen Z e dei più giovani che scrollano in modo incontrollato. La Silver age si interessa seriamente ad un contenuto, inizia a cercare informazioni, a confrontare fonti e persino a sperimentare strumenti di intelligenza artificiale. Secondo il CEO e Co-Founder di Cocooners, Maurizio De Palma, il 67% di loro conosce bene la GenAI. È un pubblico che non va semplificato, ma riconosciuto nella sua competenza d’uso.
Un report di Eurispes evidenzia che il 38,7% delle persone tra i 45 e i 64 anni degli italiani utilizza i social media; mentre un’indagine della Hearts & Science indica che l’80% degli over 50 entra regolarmente nelle app social, con picchi dell’82,6% nella fascia dai 60 ai 73 anni. Sul fronte di altre applicazioni, WhatsApp resta il punto di accesso più alto: il 94% tra i 50 ai 59 anni, il 93% dai 60 ai 73 anni e l’85% dagli over 74 (fonte: ricerca Hearts & Science).
Il report Censis (dati del 28 aprile 2026) conferma la centralità dello smartphone: nelle fasce di età tra i 50 e i 64 anni, il possesso e l’utilizzo del telefonino hanno raggiunto livelli paragonabili a quelli della media nazionale, arrivando a superare il 90%.
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