Nel mese di novembre (dal 10 al 21 novembre) si è tenuta a Belem in Brasile la COP 30 e al centro della conferenza sono state affrontate tematiche che ancora non hanno visto progressi, non ottenendo un accordo finale sul clima. Molte sono state le nazioni presenti, alcune come i paesi del Nord Europa erano in prima linea; altre, invece, non ci sono state o hanno delegato la loro partecipazione.
In particolare, il tema sui combustibili fossili ha di nuovo portato un silenzio rumoroso da parte dei maggiori produttori di tale risorsa, non arrivando all’obiettivo che si sperava durante questo incontro della COP 30. Con gli Stati Uniti che si sono sfilati dal processo, la Cina ha potuto approfittare in parte della loro assenza e l’India, oltre ad aver delegato la sua presenza al Ministro dell’ambiente Bhupender Yadav, non ha presentato il terzo piano climatico (NDC), con la Russia che ha preso una posizione di opposizione durante i lavori della COP 30.
I suddetti Paese sono stati aspramente criticati dagli altri partecipanti alla COP 30 per via della loro scarsa (o assente) partecipazione e per le loro posizioni rigide sui negoziati climatici. In particolare, alcuni dei principali produttori di combustibili fossili come Arabia Saudita e Russia hanno bloccato l’accordo per una roadmap globale sull’abbandono delle fonti fossili. L’assenza o la presenza simbolica dei loro leader ha reso quasi nullo il significato dell’evento.
La posizione degli Stati Uniti, Cina, India e Russia alla COP 30
La COP 30 di Belém ha messo in luce le crescenti difficoltà nel definire una roadmap condivisa per la transizione dai combustibili fossili, elemento centrale per avanzare nella lotta ai cambiamenti climatici. Nonostante la pressione di oltre 80 Paesi per ridurre ed eliminare l’uso del combustibile fossile, l’Arabia Saudita, grazie all’assenza negoziale degli Stati Uniti, ha bloccato ogni accordo concreto in questo ambito.
Sulla mancata presenza della potenza mondiale guidata da Trump, c’è stata una ulteriore conferma del suo ruolo di opposizione alla questione (ricordando anche il ritiro dall’accordo di Parigi). Gli Stati Uniti sono uno dei maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra e del petrolio e hanno un ruolo chiave nelle iniziative internazionali per l’ambiente.
Non solo l’Arabia Saudita, ma anche la Cina ha approfittato dell’assenza degli Stati Uniti, emergendo come attore complesso: da un lato, ha cercato di capitalizzare la transizione energetica e il processo green come leva di leadership globale, investendo su innovazione e ricerca scientifica; dall’altro, il suo approccio è rimasto improntato a interessi commerciali, mostrando la fragilità del vincolo politico nel negoziato climatico.
L’India, invece, alla COP 30 di Belém è stata al centro dell’attenzione come terzo emettitore globale di carbonio e ha ritardato la presentazione del suo piano climatico aggiornato (NDC), obbligatorio ogni cinque anni per l’UNFCCC (United Nations Climate Change). Il ministro Yadav ha annunciato che la consegna del NDC avverrà solo a fine dicembre.
Il Programma delle Nazioni Unite (UNEP) ha dichiarato che, per rientrare negli obiettivi dell’accordo di Parigi entro il 2035, le emissioni annuali dovranno essere ridotte del 35 e del 55% rispetto al 2019. Inoltre, il Climate Action Tracker ha definito le azioni dell’India “altamente insufficienti”, sottolineando che la quota del carbone nella produzione totale di elettricità del paese continua a essere pari a circa il 75%; invece, dovrebbe scendere almeno al 19% per allinearsi con l’obiettivo globale, non superando la soglia di temperatura a 1,5 °C.
La Russia, ha ostacolato l’obiettivo della COP 30 a Belém, allineandosi con il blocco dei petrostati. Mosca ha firmato una vera e propria trincea con Arabia Saudita, India e altri dei maggiori produttori di combustibili fossili, opponendosi a una roadmap globale per eliminare il consumo e la produzione di petrolio, carbone e gas. Ha insistito sulla “neutralità tecnologica” e sulle riduzioni di emissioni anziché abolire le fonti fossili. Inoltre, l’Ucraina ha accusato la Russia di danni climatici per 43 miliardi, inclusi incendi e attacchi infrastrutturali, ma senza la risposta russa nei negoziati.
Dati del 2024- secondo Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile)- mostrano una realtà allarmante: il 90% delle emissioni climalteranti globale è ancora dovuto ai fossili, che hanno ricevuto nel 2022 circa 7 mila miliardi di dollari in incentivi globali (il 7,1% del Pil mondiale), con l’82% di questi sussidi destinati direttamente alla produzione fossile. Secondo i dati della International Institute for Sustainable Development i paesi del G20 hanno destinato, in risposta alla crisi energetica, 1400 miliardi di dollari (in sostegni, sussidi e prestiti pubblici) per il settore fossile.
La prossima sfida sarà mettere in discussione non solo le politiche energetiche dei singoli governi, ma anche l’intero sistema economico basato sui combustibili fossili, che si intreccia profondamente con interessi geopolitici e finanziari estremamente radicati.


