Ogni anno, solo in Alaska, circa due miliardi di chili di sottoprodotti della pesca (pelli, lische, gusci) finiscono gettati in mare o in discarica. Nel Mediterraneo, le stesse reti che i pescatori calano per pescare diventano, quando abbandonate o danneggiate, uno dei rifiuti più insidiosi per gli ecosistemi. Tuttavia, proprio da questi scarti nasce oggi una delle frontiere più interessanti della moda sostenibile: l’ocean fashion che trasforma i rifiuti del mare in capi di abbigliamento, una filiera concreta che unisce settore ittico, industria tessile e alta moda.
Secondo Marevivo (fondazione ambientalista italiana fondata nel 1985) ogni anno negli oceani finiscono dalle 640 mila alle 800 mila tonnellate di reti da pesca abbandonate o perse, le cosiddette “reti fantasma“, che continuano a intrappolare pesci, tartarughe e cetacei per decenni prima di disgregarsi in microplastiche. A queste si sommano boe, cime, cassette e tutto ciò che viene lasciato insieme al pescato.
Indice articolo
Il filo che arriva dal fondo del mare
Il caso più citato attualmente riguardo all’ocean fashion è quello di Ecoalf, un brand spagnolo fondato nel 2009 da Javier Goyeneche. L’azienda ha costruito un modello che parte direttamente dai porti: collabora con centinaia di pescherecci e diversi scali del Mediterraneo per raccogliere ogni giorno tonnellate di rifiuti misti, tra cui le reti abbandonate.
Da circa 235 grammi di rete si ottiene un metro di filato tecnico, con cui Ecoalf produce giacche, calzature e accessori dal design identico, a detta del fondatore, a quello dei capi realizzati con materiali vergini. Upcycling the Oceans, progetto internazionale nato nel 2015 in Spagna dalla Fondazione Ecoalf, si è esteso successivamente anche in Thailandia, Grecia, Italia, Francia ed Egitto. L’obiettivo è creare un indotto indiretto economico per i pescatori, che vengono pagati per conferire i rifiuti raccolti in mare invece di ributtarli in acqua.
Questo modello di ocean fashion basato sulla collaborazione diretta con i pescatori sta diventando un esempio per altre realtà europee che vogliono integrare la raccolta dei rifiuti marini nelle filiere tessili. Alla base di gran parte di questa filiera c’è un materiale che ricorre in molti brand: l’Econyl, il nylon rigenerato, prodotto dall’azienda trentina Aquafil a partire da reti da pesca, vecchi tappeti e scarti tessili industriali, attraverso un processo di depolimerizzazione che permette di riciclarlo teoricamente all’infinito senza perdere qualità. Acquafil ha collaborato con la Fondazione Healthy Seas, dove sommozzatori volontari recuperano reti fantasma dai fondali.
Ocean fashion: quando l’alta moda incontra i pescatori
È proprio l’Econyl il materiale scelto da Prada per la linea Re-Nylon, lanciata nel 2019 in collaborazione con Aquafil. Il progetto, raccontato anche nella serie di documentari “What We Carry”, prodotta da National Geographic in collaborazione con la casa di moda milanese, ha seguito la filiera fino a Mahana Bay, in Nuova Zelanda, dove volontari di Ghost Diving ripuliscono i fondali dalle reti perdute. Dal 2021 la maison milanese ha convertito l’intera produzione di nylon vergine in nylon rigenerato per borse, capi e accessori, dimostrando che il recupero degli scarti marini può reggere gli standard dell’alta moda tanto quanto quelli dello streetwear.
Un percorso simile, su scala più artigianale, è quello di Repainted, brand italiano di costumi da bagno e beachwear che utilizza proprio l’Econyl ricavato da taniche, boe e reti da pesca per realizzare capi cuciti a mano in Italia, con lavorazioni che richiedono anche tre ore per un singolo pezzo: una risposta esplicita al fast fashion, costruita attorno all’idea di slow fashion da spiaggia. In questo caso, la logica dell’ocean fashion si declina in chiave locale: il recupero dei materiali dal mare diventa parte del racconto del made in Italy.
Anche l’alta moda francese ha scelto l’ocean fashion, trasformando i rifiuti del mare in capi di lusso. Dal 2019, Dior collabora con Parley for the Oceans, l’organizzazione ambientalista fondata da Cyrill Gutsch, per creare capsule di beachwear realizzate con il Parley Ocean Plastic: un tessuto ottenuto da plastica marina e attrezzi da pesca recuperati in luoghi remoti come le Maldive, la Repubblica Dominicana e lo Sri Lanka.
La prima collezione, disegnata da Kim Jones, direttore creativo della collezione maschile di Dior, è stata presentata nell’aprile 2022 e includeva polo, parka, borse da mare, sneakers e persino pinne e maschere da snorkel. Il 96% della collezione è realizzato con tessuti riciclati, di cui circa il 59% deriva direttamente dalla plastica oceanica. Nel 2024 la partnership è arrivata alla terza edizione, con il 30% dei capi realizzato in Parley Ocean Plastic e l’obiettivo è quello di integrare sempre più materiali innovativi nel catalogo tessile della maison.
Non solo plastica: gli scarti biologici della pesca
Esiste poi un fronte meno noto nell’ocean fashion, che riguarda gli scarti organici della pesca piuttosto che quelli plastici. È il caso della statunitense Tidal Vision, fondata da Craig Kasberg e Zach Wilkinson in Alaska, dove si stima che ogni anno vadano perduti quasi un miliardo di chili tra pelle di pesce e gusci di granchio.
L’azienda ha sviluppato un processo per estrarre il chitosano, un biopolimero naturale contenuto nei gusci di crostacei, con cui produce fibre e trattamenti tessili biodegradabili, antibatterici e ignifughi, una valida alternativa alla chimica sintetica ancora diffusa nell’industria tessile. Questa direzione apre uno scenario nuovo per l’ocean fashion: non solo plastica riciclata, ma anche biopolimeri marini che potrebbero ridurre l’impatto chimico dell’industria tessile.
L’Ocean Fashion: un’industria ancora di nicchia
Nonostante la visibilità crescente dell’ocean fashion e di questi progetti, i numeri restano contenuti: secondo il report di Textile Exchange, oggi meno dell’1% delle fibre tessili globali proviene dal riciclo di materiali post-consumo. La sfida, per i prossimi anni, sarà portare questi processi fuori dalla nicchia dei brand pionieri e dentro le filiere industriali di massa, trasformando le reti perdute in mare da minaccia ambientale a risorsa produttiva su scala globale.
Crediti immagine di copertina: ID Shutterstock 326173454 | Photographer: Ververidis Vasilis







