Storie di sport e inclusione: l’intervista a Jacopo Lilly dell’associazione “Quartotempo”

Sport

Condividi su:

Storie di sport e inclusione: l'intervista a Jacopo Lilly dell'associazione "Quartotempo"

“Tra i nerazzurri c’è, un giocatore che dribbla come Pelé, vai Zanetti alè”. Non è solo l’eco nostalgico della curva interista, ma la colonna sonora di una filosofia di vita. Per Jacopo Lilly, storico capitano della squadra non vedenti dell’associazione dilettantistica Quarto Tempo, quel coro rappresenta un modello umano, prima ancora che sportivo.

Il suo faro, se ancora non si è capito, ha un nome e cognome, “El Tractor” Javier Zanetti: “Zanetti non ha mai fatto parlare di sé per le serate in discoteca, le bizze o i litigi con gli allenatori”, spiega Jacopo. “Si è messo sempre a disposizione della squadra, della maglia e dei tifosi.”

Jacopo ha quasi quarant’anni, una vita divisa tra il campo e la scuola, dove insegna inglese. Il calcio lo accompagna da quando ne aveva tredici, quando ha iniziato a giocare a calcio a cinque per non vedenti in un contesto completamente diverso da quello attuale.

“Era veramente un altro sport”, racconta a Risorse.News, ricordando palloni pesanti e regole lontane da quelle di oggi. In quel tempo il gioco era più lento, meno spettacolare, ma già profondamente significativo.

Oggi, invece, il calcio per non vedenti è cambiato radicalmente: le sponde laterali rendono il gioco continuo, veloce, più sicuro. Un’evoluzione trainata da paesi pionieri come Spagna e Brasile, che ha trasformato una disciplina di nicchia in uno sport sempre più strutturato e affascinante.

Eppure, se il campo da gioco ha trovato i suoi confini sicuri, il mondo esterno presenta ancora ostacoli frustranti. Da grande appassionato, Jacopo vive con profondo rammarico le barriere architettoniche e strutturali degli stadi italiani: 

“Non c’è nulla che ti possa permettere di andare allo stadio da solo, è una cosa assolutamente impossibile”. Sebbene riconosca i passi avanti fatti con le telecronache dedicate da club come Inter e Milan, e presto anche dalla Fiorentina, che lo ha contattato in merito, il calore della gradinate resta un’esperienza a ostacoli. 

La nascita di una favola “, l’incontro con Quartotempo

L’incontro con Quarto Tempo è avvenuto nel 2016, quasi per caso, ma con la determinazione di chi non vuole rinunciare al proprio spazio nel mondo. Trasferitosi da Roma, Jacopo incontra Nicola, un altro giocatore, e insieme decidono di creare qualcosa dal nulla.

“Abbiamo mandato circa 150 email alle associazioni del territorio”, ricorda. Una risposta su tre. Tra queste, quella di Quarto Tempo. “Ci dissero: non abbiamo mai fatto una cosa del genere, ma ci interessa. Venite, conosciamoci”. Da quell’incontro nasce un progetto che oggi festeggia dieci anni.

È cominciata una favola, dice Jacopo. Quarto Tempo per lui non è solo una squadra, ma un laboratorio sociale, umano e sportivo. Un luogo dove il calcio diventa mezzo, mai il fine.

Jacopo Lilly (il primo a sinistra) insieme a Robin Gosens e Niccolò Fortini (giocatori della Fiorentina)
Jacopo Lilly (il primo a sinistra) insieme a Robin Gosens e Niccolò Fortini (giocatori della Fiorentina)

Dalla cattedra al campo: istruire gli uomini di domani attraverso il gol

Come ci spiega Jacopo, Quarto Tempo non si limita ai confini del rettangolo verde. Sotto la spinta del presidente Matteo Fazzini (qui l’intervista) e altresì con l’ausilio decisivo dello stesso Jacopo in quanto professore, l’associazione ha trasformato lo sport in un formidabile vettore educativo.

Da educatore e professore, Jacopo Lilly sa che i ragazzi devono essere “bombardati” di stimoli per comprendere la disabilità: I futuri uomini devono conoscere; non devono essere messi nelle condizioni di dire ‘io questa cosa non la sapevo’. Possono decidere di ignorarla, fa parte della natura umana, ma devono sapere.

Il fiore all’occhiello di questa mentalità aperta è il progetto europeo Erasmus Plus denominato “Visiball” (o calcio visionario). Un’idea che ridefinisce radicalmente il concetto di integrazione: non più disabili che giocano tra loro, ma uno sport integrato dove, nella stessa squadra, militano due giocatori non vedenti e due giocatori vedenti sbendati. 

“Abbiamo creato uno sport in cui il vedente, nella sua modalità di gioco ordinaria, può giocare con due non vedenti senza assisterli, ma collaborando effettivamente. L’inclusione, secondo me, è questo. Se penso all’inclusione, penso al Visiball”.

È qui che emerge la critica più tagliente di Jacopo Lilly, un vero e proprio manifesto contro la pietà istituzionalizzata. Il calcio normalizza, ma solo se giocato senza sconti. “Spesso quando si gioca, si tende a voler far segnare il non vedente. Questa cosa mi manda fuori di testa!” confessa senza mezzi termini. 

Lo scopo non è assistere il povero cieco, ma fare gol. Inclusione è quando tu mi tratti, ovviamente rispettando i miei limiti, come un tuo compagno di squadra, non come uno da assistere. Questo paradigma assistenziale bisogna superarlo, altrimenti rimaniamo ancorati a una visione di inizio Novecento.

Quando l’ambiente vince sull’antagonismo

L’esperienza con Quarto Tempo ha cambiato profondamente Jacopo. Proveniva da contesti più competitivi, talvolta segnati da tensioni. Qui, con l’associazione fiorentina, ha trovato altro. Un ambiente in cui una persona può crescere e stare bene. Un luogo aperto, dove le idee non vengono respinte a priori. Una ventata d’aria fresca, la definisce.

E da questo terreno fertile nascono iniziative, progetti, attività che vanno oltre il campo: cene al buio, team building aziendali, percorsi educativi. Un luogo dove l’antagonismo fine a se stesso lascia spazio alla crescita personale, alle cene al buio e ai team building aziendali.

La validità del progetto è certificata da chi sceglie di restare: i tirocinanti di psicologia o scienze motorie che, finito il loro percorso obbligatorio, continuano a presentarsi agli allenamenti. “Se restano, vuol dire che stanno bene lì. Evidentemente noi qualcosa diamo, perché sennò nessuno presterebbe il proprio tempo per una roba del genere”.

Il calcio come strumento di normalità

Alla fine, il calcio per Jacopo Lilly è molto più di un pallone che rotola. È una disciplina abilitativa che insegna a muoversi nel mondo, che regala consapevolezza e, soprattutto, restituisce il diritto all’abitudine, alla normalità. “È un qualcosa che ti permette di dire a un collega di lavoro: io vado a giocare a calcio, gioco in una squadra di calcio a 5. Parlando di normalità, tutto questo è molto normale”.

Ed è proprio qui, in questa conquistata, straordinaria normalità, che il numero 4 del Quarto Tempo ha vinto la sua partita più importante. Come un capitano silenzioso, senza bizze. Proprio come Javier Zanetti.

Ultimi Articoli

Condividi Articolo