Cristiana Girelli è abituata a segnare e a trascinare le sue compagne. All’Europeo di calcio femminile, grazie anche ai tre palloni scagliati alle spalle delle numero 1 avversarie, la trentacinquenne attaccante e Capitana della Nazionale ha contribuito allo straordinario cammino delle Azzurre. Ma la differenza, Cristiana Girelli, l’ha fatta anche fuori dal rettangolo di gioco.
Lo scorso 24 luglio, al Quirinale, dinanzi al Capo dello Stato, alle autorità presenti e ai vertici federali, il suo intervento ha lasciato il segno. Lei, così abile da giocatrice a smarcarsi dalle avversarie, a non lasciare punti di riferimento, a pensare velocemente e a mettersi a disposizione delle compagne, dinanzi al microfono, seppure con un filo di emozione che ha incrinato in alcuni frangenti la sua voce, ha fissato parole e concetti che sono un monito per chi governa e per chi gestisce lo sport, non solo il calcio femminile.
Il suo intervento, durato circa 4 minuti, dovrebbe essere ascoltato e ascoltato ancora da chi ricopre un ruolo fondamentale all’interno del sistema sportivo. Se quelle frasi, così simili ad una melodia piena di positività, venissero ripetute all’infinito e avessero un seguito, allora sì che Cristiana Girelli potrebbe dire in futuro di aver siglato il goal più bello della sua carriera in una giornata di luglio del 2025, all’interno della Sala degli Specchi del Palazzo del Quirinale. Perché nel suo discorso ci sono state lucidità, precisione e visione strategica, ma anche capacità di condurre e di prendere per mano dirigenti, tesserati, possibili nuove praticanti e, più in generale, tutti gli italiani.
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La consapevolezza: il primo concetto sottolineato da Girelli dinanzi al Capo dello Stato
La rocambolesca sconfitta subita in semifinale contro l’Inghilterra, giunta al 119° minuto di gioco per via di un calcio di rigore concesso alle ragazze allenate da Sarina Wiegman, (l’Italia era stata raggiunto sul risultato di 1-1 al quinto dei 7 minuti di recupero, n.d.r.), avrebbe potuto mortificare chiunque. Invece, quel 2-1 maturato allo Stade de Geneve ha creato nel movimento calcistico italiano consapevolezza.
“Consapevolezza di valere, di poter sognare in grande e di indossare non solo una maglia, ma la speranza di tante bambine”. È stato questo il primo squillo della capitana e numero 10 dell’Italia al Quirinale.
Sei anni fa, dopo il raggiungimento dei quarti di finale al Mondiale di Francia, si poteva avere la percezione di un settore alle prese con una transizione. Una sorta di rivoluzione che interessava sia la base del movimento sia il vertice, ovvero il massimo campionato di calcio.
Se da una parte i numeri delle tesserate passavano da 18.854 (stagione sportiva 2008/2009) a 31.390 nell’anno sportivo post Mondiale, per arrivare alle attuali 40 mila calciatrici, dall’altra iniziava quel percorso che avrebbe traghettato le atlete di Serie A dal dilettantismo al professionismo (1° luglio 2022).
Piccoli passi, ma significativi, che, uniti agli investimenti fatti dai club, hanno permesso all’Italia di recuperare il gap con altri Paesi Europei. Magari non sarà stato azzerato, ma il movimento nazionale dell’arte pedatoria femminile si è avvicinato all’Inghilterra, all’Olanda, alla Spagna, alla Francia e ai Paesi Scandinavi, lì dove il calcio per bambine e ragazze è quasi una sorta di religione.
Consapevolezza, irreprensibilità e responsabilità
La consapevolezza di aver raggiunto un certo status implica l’irreprensibilità, ossia l’adozione di comportamenti etici ispirati da altissimi principi morali. In poche parole, chiama in causa la responsabilità. Come accennato da Girelli, lei e le sue compagne hanno ed avranno una grande responsabilità: essere un punto di riferimento per tutte quelle giovani calciatrici che sognano di percorrere la loro stessa strada.
La maglia azzurra che indossano ed onorano ogni volta che scendono in campo non è composta da fibre di tessuto tecnico, ma anche dalle speranze di quelle giovani praticanti e pure dalle storie e dai nomi di quelle ragazze o donne che, per via di pregiudizi, stereotipi e di un retaggio culturale che è ancora difficile da scardinare, hanno dovuto riporre anticipatamente gli scarpini all’interno di una scatola.
Quegli ultimi, maledetti minuti che hanno sgretolato il sogno di Girelli e delle Azzurre non possono definire una prestazione. Nello sport, con tante variabili che possono incidere su un risultato o una performance, una sconfitta non può essere letta come un fallimento. Lo aveva spiegato nel 2023 Giannis Antetokounmpo, star della NBA, lo ha ribadito la Capitana Azzurra pochi giorni dopo l’amara eliminazione contro l’Inghilterra. Un fischio contro ad un minuto dalla fine può determinare l’uscita dal torneo, ma non può cancellare il percorso, quel cammino lastricato di vittorie e sconfitte, di gioie e amarezze, di sorrisi e lacrime, “di rispetto, visibilità e futuro”.
Il futuro del calcio femminile e dello sport italiano
Il futuro di cui parla Girelli è più di un tempo. È una visione ed un progetto. È una logica conseguenza di ciò che viene determinato oggi, ma che è stato avviato ieri. Cristiana Girelli, nel 1997, quando l’Italia di Carolina Morace e Patrizia Panico raggiungeva la finale continentale, aveva 7 anni.
Lei, bambina con un pallone sotto braccio ed una maglia azzurra addosso, è diventata l’attaccante e l’atleta di oggi ammirando coloro che le hanno aperto la strada e gli occhi. Ha ripercorso le loro gesta ed oggi è l’esempio, il modello da emulare. Ha sfiorato un’impresa, ma ha soprattutto seminato per la crescita del movimento sportivo. “Ogni bambina che oggi prende il pallone in mano – ha aggiunto la Capitana azzurra – ha il diritto di sognare esattamente come abbiamo fatto noi”.
Implacabile nell’area di rigore e impeccabile fuori, Girelli ha pesato ogni singola parola e ogni gesto. Come ha sottolineato dinanzi al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, al Presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, e al Presidente della FIGC, Gabriele Gravina, “lo sport non è solo un gioco. È cultura, educazione e – per l’appunto – futuro”.
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Una frase che è servita a rimarcare la funzione sociale e pedagogica dell’attività motoria e sportiva e pure quel diritto inalienabile di garantire lo sport a tutti. Senza cadrebbero i pilastri della nostra società. Verrebbero meno quei valori su cui è fondato il nostro sistema sociale e il futuro – ancora lui – avrebbe tinte fosche, cupe e grigie. Ed anche quel gap di genere di cui tanto si parla non si appiattirebbe. Anzi, la forbice sarebbe destinata ad aumentare ancora.
Investire nello sport e nel calcio femminile, come ha ribadito Girelli, “significa sostenere un settore, ma anche credere in un Paese più sano, giusto e consapevole”. In poche parole, vuol dire migliorare l’Italia.
Stop, tiro e pallone in fondo alla rete, con il portiere inchiodato in mezzo ai pali. La firma è quella di Cristiana Girelli, una che è abituata a stare sempre in movimento, a dare il via all’azione e a concluderla. Una Capitana che è consapevole che il calcio femminile non è un movimento di nicchia o una novità, ma un fenomeno sociale che merita rispetto e visibilità e che ha ancora bisogno di fiducia, progettualità e visione. Ma soprattutto, di calciatrici come lei. Donne di grande responsabilità che sognano ed emozionano, ma che sanno essere altresì pratiche, determinate e capaci di segnare il tempo in cui viviamo.
Foto in copertina: ID Shutterstock 1427478380 | Fotografo: sbonsi


